Rara Piol

“Non con un lamento” di Giorgio Di Vita: la storia di Peppino Impastato dalla voce di un suo amico e compagno di lotta

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“Non con un lamento” di Giorgio Di Vita: la storia di Peppino Impastato dalla voce di un suo amico e compagno di lotta

 

di Rara Piol

IMG_9319Si è tenuto venerdì 24 maggio alle ore 18:30, presso la Casa della Pace “Angelo Frammartino” a Monterotondo,  l’ultimo incontro di Librinfestival, la prima maratona letteraria eretina: protagonista dell’evento lo scrittore Giorgio Di Vita, autore del romanzo in concorso “Non con un lamento. Peppino Impastato, vertigini di memoria” (Navarra Editore). Ha condotto Emanuele Trovò, giurato, accompagnato dalle letture dei due attori Alessandra Mosca Amapola e Andrea Vasone.

L’autore

IMG_9324Giorgio Di Vita, scrittore e illustratore, nasce a Roma il 18 maggio 1955. Esordisce, diciannovenne, come disegnatore di fumetti, entrando nel gruppo dei “disneyani” dopo l’incontro con il maestro Giovan Battista Carpi. I suoi fumetti Disney sono oggi pubblicati anche all’estero, in molti Paesi. Nel 1980 è tra gli ideatori di una delle prime scuole di comics di Roma, dove insegna per alcuni anni. Laureato in Storia dell’Arte, si dedica alla scrittura di racconti ispirati a pittori famosi. Collabora con Mondadori, Egmont Italia, De Agostini, Giunti, Panini, Piemme e altre case editrici come autore, illustratore ed editor. Oggi è responsabile dell’area ragazzi di Navarra Editore, dopo esserlo stato, tra il 2008 e il 2009 delle Edizioni Play Press. Oltre a numerosi libri di intrattenimento per bambini e ai due e-book Diventare cartoonist [Bruno Editore] e Come disegnare persone e animali [Arte e crescita], pubblica Cecilia e il mistero del sogno e La compagnia di Capitan Galletto [Città Nuova]; Il bambino delle Ombre [Giunti]; Onde, Alya e Dirar; Il mistero di Nicola; Dieci milioni di giorni fa; Il muro, una storia berlinese e altri titoli [La Spiga].

L’opera

41rcL+zMOHL._SX309_BO1,204,203,200_ copj170.asp“Non con un’esplosione, ma con un lamento”. È così che finisce il mondo in uno dei versi più famosi di T. S. Eliot, la cui poesia percorre sottilmente questo romanzo centrato su una delle storie più drammatiche e più feconde della rivolta contro la mafia degli anni Settanta. Fu un’esplosione, però, a cancellare la vita di Peppino Impastato, anima di Radio Aut e del movimento che ne scaturì, e il suo fragore deve continuare a scuotere le coscienze. Non è con un lamento che Peppino è morto, e non è con un lamento che i suoi compagni continuano a onorarne la sua memoria.

Orfano di padre per scelta: quando la lotta alla mafia spezza il cordone famigliare

Una battaglia che comincia tra le pareti domestiche quella di Peppino, contro un padre mafioso che lo caccia di casa: la rottura di un legame indissolubile che la cultura del posto non gli perdonerà. “Allontanarsi dalla famiglia è sempre doloroso – commenta Di Vita – Il gesto di Impastato è qualcosa che, soprattutto gli anziani, non hanno mai dimenticato. Felicia, sua madre, era molto combattuta, non si intendeva di politica o questioni sociali. Dopo la morte del figlio invece ha sempre cercato verità e giustizia, dando un contributo fondamentale durante il processo”.

Peppino Impastato, una realtà che è diventata film: quando il commercio dell’immagine diventa un pericolo

IMG_9314Tutti sanno, o almeno dovrebbero, chi è Peppino Impastato, ma pochi lo hanno conosciuto davvero. Certamente molti ne hanno appreso la ‘storia’ guardando la pellicola di Marco Tullio Giordana, I cento passi: come tutti i film però, il racconto della vita del giovane di Cinisi tende a essere romanzato, e si cade nell’errore sempre più frequente di rendere la sua immagine “un prodotto ben confezionato” – proprio come spiega Giorgio Di Vita durante l’incontro. “Manca la coralità delle sue azioni – continua – non emerge l’importanza del suo entourage: non era affatto un eroe romantico e solitario, la battaglia che portava avanti la combattevamo anche noi, i suoi compagni. Dipingerlo così lo pone su un binario morto che non porta a nulla. Sono onesto – conclude – ho un po’ diluito la mia presenza in Sicilia e quest’anno non sono stato alla manifestazione. Ci sono troppe parole intorno all’immagine di Peppino, bisognerebbe scegliere quelle che davvero lo rappresentano e soprattutto sapere quando rimanere in silenzio”.

Combattere la mafia attraverso la cultura e l’informazione: Radio Aut e Tano seduto

IMG_9305 IMG_9316È il 1977 e a Terrasini, in provincia di Palermo, Peppino fonda Radio Aut, una frequenza libera e autofinanziata che si occupava tutti i venerdì sera di satira politica e denuncia territoriale. Da quel microfono lui e i suoi compagni portavano avanti la lotta al potere malato e corrotto. “Ogni boss – spiega Di Vita – ha bisogno di consenso e seguaci, creandosi nel tempo un’immagine, il rispetto, la paura. Impastato comincia da subito a togliere ai mafiosi la credibilità con lo sberleffo (Tano seduto era l’appellativo di Gaetano Badalamenti ndr), scoprendo e diffondendo le loro malefatte. Si cercava già allora di lanciare un messaggio attraverso questo grande strumento quale è la cultura. Ahimè non ci è riuscito Peppino, noi non ci stiamo riuscendo e forse non ci riusciremo mai”.

Dalle piazze ai social, quell’evoluzione che porta il cambiamento: sì ma a quale prezzo?

Non possiamo ignorare la tecnologia che avanza, dovremmo, però, stare molto attenti al suo potere alienante. Nel passaggio dagli spiazzi alle piattaforme online, sappiamo ciò che abbiamo guadagnato, ma siamo poco consapevoli di quello che abbiamo perso. “Non esiste più la condivisione – commenta l’autore – prima ci si fermava a chiacchierare sui marciapiedi, tutti si salutavano e si conoscevano, soprattutto. Oggi dominano traffico e televisione, le porte sono sbarrate, i cellulari sono l’unica compagnia possibile durante viaggi in treno. Mi fa male vedere questo mutamento a Terrasini, specialmente per i giovani, che hanno perso il contatto con queste realtà. Dovremmo essere il terreno fertile su cui la storia di Peppino può seminare ancora qualcosa”.

La mafia esiste ancora oggi: abbiamo davvero imparato a conviverci?

IMG_9317In un’Italia che da tempo sa bene come masticare la corruzione e l’illegalità, sembra che niente possa stupire più l’essere umano. “Dare per scontato che la mafia ci sia e che abbia grande potere sulle masse – spiega Di Vita – è molto pericoloso. Le generazioni di oggi non sanno più distinguere ciò che è giusto da ciò che invece non lo è. Che cosa possiamo fare? Il nostro è un terreno fragile, dobbiamo nutrirlo, continuare a seminare e far crescere le coscienze. Un po’ come quando disegno, voglio poter immaginare una realtà vestita di una profondità diversa.

Peppino cominciò a dire, alzando la voce, quello che tutti sapevano, ma che nessuno diceva. Per via di quelle mani sulla bocca, sugli orecchi e sugli occhi. Cominciò a dire forte che la mafia c’era, eccome, e che era una “montagna di merda”.

L’appuntamento, il prossimo autunno

Librinfestival augura a tutti una buona estate e dà appuntamento a ottobre 2016, per la festa di premiazione dei mestieri del libro.

“Sottrazione” di Carlo Sperduti, una tanfastica raccolta di strade letterarie: da quelle più affollate a quelle meno battute

di Rara Piol

IMG_9301Si è tenuto nella serata dello scorso 6 maggio, il dodicesimo incontro di Librinfestival, presso la libreria Ubik di Monterotondo: oggetto della presentazione il libro “Sottrazione” di Carlo Sperduti, una raccolta di racconti edita da Gorilla Sapiens Edizioni. Ha condotto l’evento Alessia Fedeli, giurata, e Silvia Di Tosti, organizzatrice della maratona letteraria insieme a Giusi Radicchio e Selene Gagliardi. Era presente anche Valentina Presti, editrice del libro in concorso.

IMG_9304L’autore

Carlo Sperduti è nato a Roma nel 1984. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da CaratteriMobili, Zero91, Gorilla Sapiens Edizioni. Ha pubblicato, con Intermezzi Editore, “Caterina fu gettata” (2011), “Valentina controvento” (2013), “Ti mettono in una scatola” (2014); con CaratteriMobili “Le cose inutili” (2015); con Gorilla Sapiens Edizioni “Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi” (2013) e, a quattro mani con Davide Predosin, “Lo Sturangoscia” (2015).

sottrazione_cover_defLa raccolta

Come in un labirinto, come tra le pareti di una catacomba, come in una casa affollata di presenze e di vuoti, di cose e discorsi sospesi e di fenomeni inquietanti, in questo libro lo spazio si deforma e restringe, allestisce tranelli, sottrae scalini, nega vie di fuga. Questi 34 racconti, disposti in ordine decrescente di lunghezza, esprimono le infinite possibilità della narrativa breve e brevissima, a dimostrazione empirica del fatto che “scrivere per sottrazione è una moltiplicazione”. Copertina di Andrea Mongia. Prefazione di Fabio Viola.

Scrivere per sottrazione è una moltiplicazione: quando la qualità del racconto non dipende dalla quantità delle sue parole

Nell’ultima opera di Sperduti l’ordine dei racconti segue il criterio della decrescita: dal testo con un maggior numero di battute a quello che ne conta appena 163 (riportate nell’indice dopo ogni titolo ndr). Eppure il risultato, nonostante la parola sottrazione sembri toglierci qualcosa, è sempre supplementare. “È vero che man mano che si scorrono le pagine i racconti si accorciano – spiega l’autore – è anche vero però che, procedendo appunto per sottrazione, si moltiplicano i modi di scrivere e aumenta il numero di storie da inserire nel libro”.

“Non cercate il pero nell’uomo”: l’arte di giocare con i vocaboli e il taglio ironico di uno stile pittoresco

Una delle sue opere, edita dalla Gorilla Sapiens Edizioni nel 2013, si intitola Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi: non è difficile intuire il legame profondo che Sperduti instaura con le parole, tutt’altro che confuso come potrebbe apparire a uno sguardo superficiale. E così, anche in Sottrazione, nel racconto “Unità di misura”, c’è l’intento di rendere formalmente uno spaesamento temporale e sentimentale, mescolando i verbi in un turbinio drammatico e pensieroso.  “Ho da sempre nutrito un forte interesse per la lingua italiana – racconta – e così mi diverto a intrecciare e ribaltarne i suoi termini, come nel caso della mia fiaba dislessica (che recita abilmente a memoria per i presenti in libreria ndr). Non c’è alcuna volontà di lanciare messaggi politici o sociali – conclude – e i sentimenti ci sono, certo, ma filtrati da una dose massiccia di razionalità”.

IMG_9298“La morte: una recensione”. I titoli improbabili e un genere fantastico, che però non è fantasy, e saggistico, su cose che però non esistono

Al termine della presentazione l’autore distribuisce ai partecipanti un menu letterario e li invita a scegliere un racconto che lui stesso leggerà: si susseguono sulla carta una serie di titoli che, già singolarmente, fanno l’opera: “Istruzioni per Lucio”, “Lutto sommato” , “Il gusto sta nel mezzo”. E ancora scrivere della morte come fosse un film o un personaggio. “Mi è stato rimproverato di prendere in giro i lettori – dichiara Sperduti – perché magari cerco di allontanarmi da una struttura commerciale che predilige lo schema ‘inizio-svolgimento-fine’. Io credo invece di coinvolgere attivamente chi mi legge, lo esorto a partecipare. Cerco sempre di pensare a come un testo possa attivare me”. E pare che funzioni, perché la sala ride divertita.

Da Calvino a Davide Predosin, passando per Edgar Allan Poe: ecco le letture che ispirano il giovane autore romano

È difficile, leggendo Sperduti, identificare uno schema narrativo ben preciso, proprio perché l’autore rifugge ogni tipo di struttura imposta dagli standard letterari. E le sue parole, come ben esprime la copertina di Sottrazione realizzata da Andrea Mongia, sono pezzi di uno spazio frammentato che non rispondono alla linearità della logica comune. E che non vogliono assolutamente farlo. Uno stile, il suo, influenzato dalle letture di Calvino, i racconti di Poe, ma anche da autori contemporanei, come Davide Predosin, autore di “Alcuni stupefacenti casi tra cui un gufo rotto” e con il quale pubblica nel 2015 “Lo sturangoscia” (sempre per la Gorilla Sapiens Edizioni ndr). E ancora Gero Mannella, che Sperduti definisce un genio e che intervista sul suo blog, con le opere “Non gettate i cadaveri dal finestrino” o “Il killer di querty”.

“Panni” dall’opera Sottrazione, senza aggiungere altr

Giusto, mi son detto, questo signore ha proprio ragione: bisognerebbe mettersi nei panni di tutte le cose e chiederci cosa faremmo noi al posto loro, come ci sentiremmo. Ci andrebbe bene tutto o solo qualcosa o niente? Invertire i ruoli, insomma, una volta tanto, per capire o per provarci. Poi magari si rimane uguali, con le opinioni di sempre, ma almeno con cognizione di causa. Mettersi nei panni di un aspirapolvere, lei, ci ha mai provato?, mi chiede il signore. No, dico io, e lei? Io sì, faccio parte di un gruppo. Non di aspirapolvere, ma di gente che si mette nei panni. Un mio amico del gruppo si è messo nei panni dei panni. Da allora non si veste più. Io, pur essendo stato un aspirapolvere, non ho cambiato stile di vita. Ognuno ha le sue reazioni. Un altro si è messo nei panni di un lampione e non vuole più star fermo. Dorme saltellando, glielo posso assicurare. Per far parte del gruppo, chiedo al signore, che bisogna fare? Nulla, mi dice, solo mettersi nei panni, noi del gruppo ci si incontra per caso e ci si riconosce. La vede quella ragazza, al tavolo in fondo? Si è messa nei suoi stessi panni e ora è serena. Lo si capisce dalla posizione della testa: non c’è atteggiamento, solo testa e posizione. Lei, mi chiede, nei panni di cosa vorrebbe mettersi? Be’, gli faccio, io le case proprio non so come facciano a tirare avanti. Intendo: qualcuno ci abita dentro, alle case. Mica normale che qualcuno ti abiti dentro. Vorrei provare, una volta, a essere abitato. Lei non si metterebbe nei panni di un inquilino, per facilitarmi le cose? Io farei la casa. Per uno del gruppo questo e altro, mi fa lui. Ed ecco che il signore è dentro di me.

Il prossimo incontro, martedì 24 maggio

Librinfestival ricorda l’ultimo libro in concorso “Non con un lamento” di Giorgio Di Vita, con la presentazione martedì 24 maggio presso la Casa della Pace Angelo Frammartino, in P.zza Angelo Frammartino a Monterotondo, alle ore 19.

Anni ’50: Rosa Parks e le marce per i diritti civili. Italia 2016: #unionicivili, finalmente un primo passo. Quanto tempo ancora per raggiungere la civiltà?

unioni civilidi Rara Piol

Ieri è stato approvato il DDL sulle unioni civili: 372 voti a favore, 51 contrari e 99 astenuti. Un primo passo molto importante. Possibile, però, che nel 2016 dobbiamo ancora parlare di passi?

Ricordo che da piccola quando ho letto la storia di Rosa Parks (l’attivista statunitense per i diritti civili, che nel 1955 non aveva voluto cedere il posto sull’autobus a un ragazzo bianco e per questo era stata arrestata e incarcerata) non mi spiegavo il perché dell’accaduto. Avevo capito benissimo la logica perversa della questione, sia chiaro. Per quanto mi sforzassi però di comprenderne il senso, non ci riuscivo. Rosa era una persona come tante in quel bus, perché avrebbe dovuto alzarsi? Ah no, Rosa era nera. Era diversa. Sì, ma diversa da chi?

Unioni civili, i punti principaliNonostante le battaglie, le marce, le manifestazioni per difendere i diritti di tutti, dopo oltre sessant’anni stiamo ancora combattendo. Oggi il problema non è più se Rosa sia nera e al contempo seduta in metropolitana (per quanto si continua a storcere il naso quando un extracomunitario non cede il posto a un italiano). Il problema, oggi, è che Rosa ami Paola, e che voglia addirittura sposarla e ufficializzare il loro amore di fronte alla legge, con i diritti e i doveri che legano due coniugi. E, per bacco, costruirsi una famiglia con lei. Ed ecco che un esercito di ipocriti si riversa nelle piazze per “difendere i valori della famiglia tradizionale”. Eh? Quali valori? Quale famiglia tradizionale? Quella in cui il marito uccide la moglie perché, si sa, è roba sua? Quella in cui il padre abusa dei figli, la madre lo sa e resta in silenzio? Oppure quella che durante il divorzio trascina i bambini in una guerra senza pietà nei tribunali o tra le mura domestiche? Si fanno paladini di princìpi che non reggono, quando in realtà sono solo schiavi di dogmi studiati ad hoc e imposti dalla società alla società stessa. E ci si sbatte per impedire che Rosa e Paola abbiano gli stessi diritti di due eterosessuali regolarmente sposati, impedendo però al contempo anche a Rosa e, supponiamo, Giuseppe, di vivere il loro amore al di fuori del matrimonio. Sì perché questo DDL che ha fatto tanto discutere, vorrebbe tutelare anche i diritti di chi decide di non sposarsi, le cosiddette convivenze di fatto.

Oggi come allora, continuo a non capire il senso. Perché io tra Rosa e Paola, e Rosa e Giuseppe, non vedo alcuna differenza. Perché quelli che ce la vedono, pensano esista solo la loro idea di famiglia. Ed è proprio questo concetto retrogrado, che non ha mai portato a niente di buono, che deve cambiare. Deve cambiare la pessima abitudine di credere che il nostro modo di vedere il mondo sia l’unico possibile. Qualche giorno fa ho partecipato a un seminario molto interessante su Europa 2020, il futuro dell’Unione e la sovranità condivisa nell’età dell’euro. Tra gli interlocutori c’era anche Thierry Vissol, consigliere speciale media & comunicazione presso la Rappresentanza in Italia della Commissione europea, nonché economista e storico. Non ha dipinto un quadro roseo di quella che è la situazione in Europa e, sottolineando quanto sia importante ricordare il passato per il futuro di un paese, ha affermato che abbiamo perso il senso di solidarietà, parola chiave proprio dei trattati sull’unione europea. La frase che più mi ha colpita e rattristata però, riconducibile anche alla questione del Cirinnà, è questa: “Il Medioevo ci insegna che nell’arco di due/tre generazioni si può tornare alla barbarie. E noi siamo molto vicini, io credo”.

Ecco, Vissol ha ragione. Guardandoci indietro, credevamo di esserci evoluti. Invece la civiltà è ancora parecchio lontana. Noi continuiamo a muovere un passo alla volta. E ogni passo è una vittoria, intendiamoci. Però siamo tremendamente lenti. Un passo alla volta non è sufficiente. Ha ragione Vissol. Siamo più vicini alla barbarie, mentre dovremmo correre verso il lato opposto.

#Dimartedì: Corrado Augias e quelle parole che pochi hanno compreso

di Rara Piol

augias-la7Ieri sera ero seduta tra il pubblico a Di Martedì, la trasmissione condotta da Giovanni Floris su La7. Tra gli ospiti c’era Bersani, che ha provato a spiegare le ragioni del suo sì al prossimo referendum sulla riforma costituzionale, anche se, dopo aver espresso diversi punti di disaccordo con la stessa, al conduttore è venuto spontaneo chiedere: “Allora perché vota sì?”, trovando l’approvazione degli spettatori presenti. La Gruber, che ha parlato del suo libro “Prigionieri dell’Islam” (edito da Rizzoli), affermando che gli italiani siano, appunto, prigionieri del pregiudizio e dell’ignoranza nei confronti del popolo islamico e al contempo gli stessi musulmani siano vittime di un’interpretazione oscurantista e retrograda del Corano. C’era la Palombelli, l’Avv. Bertucci e Belpietro, che hanno parlato di truffe; la Rasio, Beha e il Prof. Spisni che hanno confermato quanto mandato in onda dai servizi: e cioè, in sintesi, che quando mangiamo le patatine fritte in busta tra gli ingredienti manca quello principale, la patata; quando laviamo i piatti con il detersivo ingeriamo roba chimica che resta sulle stoviglie e che, quando scegliamo di comprare il parmigiano e lo facciamo grattugiare al supermercato, ci portiamo a casa diversi tipi di batteri e stafilococchi. Morale della favola, dovremmo imparare a nutrirci di foglie e forse nemmeno di quelle. C’era Cazzola e l’Alessandrucci sul tema del prestito pensionistico e l’arrivo della famosa busta arancione.

ImmagineE poi c’era Augias. E quelle parole su Fortuna Loffredo e il delitto di Caivano che hanno scatenato una bufera di commenti sui social. “La guardi bene… guardi com’è atteggiata, e com’era pettinata, e come sono i boccoli che cadono…” – dice lo scrittore. E ancora: “Questa è una bambina che a 5-6 anni si atteggiava come se ne avesse 16”. È chiaro che a un ascolto superficiale sia facile cadere in un’interpretazione errata. Credo sia abbastanza ovvio però che Augias non volesse in alcun modo giustificare le violenze subite dalla bambina, né affermare che un atto del genere possa essere, o essere stato, provocato. Penso che volesse rifarsi a un discorso molto più generale. Lo chiarisce, secondo me, la frase con cui conclude il suo pensiero: “Questo stridore mi fa capire che anche lì si erano un po’ persi i punti di riferimento”. E cioè che oggi i bambini sono figli di una società che gli toglie l’innocenza prima del tempo, che li fa crescere a pane e televisione, imponendo loro i modelli sbagliati. Parlo di società, badate bene. Non voglio entrare nel merito genitoriale della questione di Caivano, sia chiaro. Una società distratta e allo stesso tempo manipolatrice, che alle torte di terra e acqua che facevamo in giardino sostituisce i selfie e un lucidalabbra alla moda.

Perché quella di Augias potrà essere anche stata una gaffe, però è ben lontana dall’interpretazione che il popolo del web ha voluto dare. La tv e ancora di più il mondo di internet corrono sempre più veloce e ci vogliono superficiali. Non lo siamo. Fermiamoci a riflettere su quello che leggiamo, ascoltiamo, vediamo.

“Italian Underground” di Alessio Fabrizi: gli scatti sotterranei dalla penna di un ferrotranviere per caso

di Rara Piol

Si è svolto lo scorso 8 aprile, presso le Cantine Amadio a Monterotondo scalo, dalle ore 18, l’undicesimo incontro della maratona letteraria eretina Librinfestival: protagonista Alessio Fabrizi, autore del libro “Italian Underground”, edito da Meligrana nel 2011. Ha condotto l’incontro Monica Patrizi, operatore sociale nonché giurata del concorso.

IMG_9144L’autore

Alessio Fabrizi, laureato in Comunicazione alla Sapienza, ha provato a fare: il “mercataro” (un’etica di libertà unita però al senso quotidiano della sopravvivenza, della precarietà), ha fatto lavoro d’ufficio (istituzione totalizzante che gli ha procurato un’ulcera e donato l’estetica del nonsenso), poi l’autoferrotranviere. Si interessa di ecologia e di tematiche ambientali e, dopo aver frequentato la Scuola di giornalismo della Fondazione Basso, ha lavorato per EcoRadio, curando due rubriche radiofoniche. Attualmente si occupa di promozione di eventi culturali per l’associazione Ecobaleno e collabora con riviste, siti–web e con E.R.I.C.A., società di comunicazione ambientale. “Italian underground” (2011 – brossura+ebook) è la sua opera d’esordio con la Meligrana.

La trama

cop_italian-undergroundMa cosa ha mai fatto di speciale questo Alessandro Bandini per meritarsi di essere il protagonista di un intero libro? Alessandro Bandini, giovane neolaureato in Scienze della Comunicazione, viene semplicemente assunto come autoferrotranviere dalle Metropolitane di Roma. Accetta il lavoro perché non ha reali alternative e perché, nella nostra realtà contemporanea, un contratto a tempo indeterminato non è ‘socialmente’ rifiutabile. Alessandro Bandini scopre così la solidarietà di categoria, gli altri come “nemico”, la sofferenza, cosa vuol dire lavoro, la follia delle logiche aziendali, il superuomo (e le superdonne) e i leccaculo. Scopre inoltre cosa significa essere al di fuori dei ritmi “normali” della società e la consapevolezza che da te, questi ritmi, dipendono: fare Natale e Capodanno a lavoro, telefonare alle 3:50 di mattina come fosse una cosa normale, bramare la pace e la quiete, la calma. Ma Alessandro, in questo strano posto di lavoro, che diventa un punto di riflessione privilegiato, scopre, o meglio, riscopre un innato istinto di autoconservazione e la capacità di riuscire a fuggire per amore o per quella scintilla di luce che c’è in tutti e, nonostante la follia della nostra quotidianità, continua a brillare. Questo ha fatto Alessandro Bandini di speciale…

Il lavoro in metro è diventato un libro: nell’acquario sotterraneo, nulla è veramente accaduto, ma tutto è assolutamente vero

Una laurea e, come accade sempre più spesso oggi, niente lavoro. Ecco perché quando si presenta l’occasione del tanto agognato “posto fisso”, rinunciarvi non è tra le opzioni da considerare, anche se questo significa fare un mestiere lontano dal proprio percorso di studi. “Ho scritto questo libro perché sentivo l’esigenza di condividere ciò che, grazie al mio ruolo (autoferrotranviere ndr) avevo la possibilità di osservare. Ho cercato di descrivere la realtà di una Roma metropolitana, invisibile ai più, da un punto di vista senza dubbio privilegiato. È un impiego che ti fa sentire forte il senso di categoria, ma anche di appartenenza a un gruppo. Ci sono stati momenti in cui l’ho sentito il mio lavoro e me ne sono vergognato: non per il tipo di mestiere sia chiaro, ma per quanto fossi lontano dalle mie passioni. Mi ha lasciato la consapevolezza dei diritti che abbiamo nel nostro lavoro e che dobbiamo imparare a richiedere”.

IMG_9135Alessandro Bandini è lo specchio di tanti giovani di oggi: poche opportunità e nessuna garanzia di futuro

Autore e protagonista del libro si somigliano molto: entrambi laureati in Scienze della Comunicazione, poi finisco a fare i ferrotranvieri. “Questo personaggio, molto autobiografico certo, è una persona semplice con qualcosa di speciale – spiega Alessio –  Gli si presenta questa grande occasione del posto fisso e non ha alternative, deve accettare il lavoro: scopre così un mondo fatto di turni, ansie e tempi sottratti, si smarrisce e poi si risolleva. Vive il conflitto che tutti conosciamo bene: se da una parte c’è (o forse c’era ndr) la sicurezza del contratto a tempo indeterminato, dall’altra c’è la sofferenza della non scelta, l’allontanamento dalle proprie passioni, per le quali si è studiato per anni. Il personaggio principale, catapultato in metro, resta fermo e vede il mondo muoversi intorno”.

La fotografia di una Roma nascosta: i pensieri del protagonista irrompono nella scena come scatti  

Uno stile asciutto, “soggetto – verbo – complemento”, un’istantanea, si potrebbe affermare. “Ho cercato di essere il più possibile oggettivo, senza troppi fronzoli grammaticali. Naturalmente utilizzo molto il romanaccio, d’altronde era la nostra lingua aziendale; parlare italiano avrebbe significato estraniarsi dal contesto, quasi come un’offesa verso chi lo abitava. Volevo raccontare la Capitale così come ho potuto osservarla io, autentica, ricca di umanità e mai scontata”. C’è una certa dinamicità nella scrittura di Alessio, un senso di profondità che rende le sue frasi corporee e perfino tangibili. Sullo sfondo tanti piccoli personaggi a colorare l’intreccio e l’immancabile storia d’amore: la fidanzata Eleonora, i colleghi, lo scocciatore… “Si respira comunque il presagio di una salvezza possibile, come a voler dire che c’è sempre una via d’uscita. Ecco allora che scrivere diventa un’esigenza, il punto di riferimento in un luogo, la metropolitana, dove tutto è buio”.

IMG_9140Niente è lasciato al caso nell’opera di Fabrizi: dalla copertina, alle citazioni, alle illustrazioni interne

Se lo stile fa pensare a una fotografia, l’influenza cinematografica è altrettanto evidente, non a caso le tre citazione che aprono il libro appartengono alle firme del mondo del cinema italiano e straniero (Nimród Antal, Francesco Rosi e Francis Ford Coppola ndr). Ogni dieci capitoli compare un francobollo, realizzato da Eugenio Fabrizi, grafico e illustratore, nonché artista e street writer: i due fratelli hanno già realizzato una nuova opera letteraria, in cerca di editore: una fiaba illustrata con immagini da colorare. La copertina, che ritrae l’autore seduto nel mezzo di Via Livorno, è stata realizzata dalla fotografa Giulia Natalia Comito. Anche le bandelle, una bianca e una nera, vogliono significare i due lati del protagonista e, in fondo, quelli che albergano in ogni essere umano: uno luminoso, l’altro più oscuro. Così come la quarta di copertina.

Il prossimo incontro, venerdì 6 maggio

Librinfestival si avvicina al termine e vi dà appuntamento venerdì 6 maggio, alle ore 18:30, presso la libreria Ubik, in Via Adige 2, a Monterotondo: oggetto della presentazione l’opera di Carlo Sperduti, “Sottrazione”.

#Referendum sulle trivelle, io c’ero: niente quorum, ma manco cervello

di Rara Piol

Un seggio elettorale per consentire la consultazione sul referendum abrogativo sulla durata delle trivellazioni in mare, Roma, 17 aprile 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Foto di MASSIMO PERCOSSI

Ieri, come solo pochi sanno a quanto pare, c’è stato il referendum popolare abrogativo sulle trivelle. Ho avuto la possibilità di partecipare come scrutatore, dalle sei e trenta del mattino alla mezzanotte passata: una giornata piacevole, trascorsa per lo più in compagnia di sconosciuti, dal collega di seggio alle persone di altre sezioni, dal maresciallo agli elettori stessi. Peccato insomma per la sensazione che è maturata a un certo punto e che non mi ha abbandonato fino alla chiusura delle votazioni: e cioè che non avremmo raggiunto il quorum. E pare che agli italiani questo non importi. Ero perfettamente consapevole che non sarebbe stato facile e forse manco possibile, soprattutto per come è stato diffuso (poco) e spiegato (male) l’obiettivo del referendum. Tuttavia, da quando ho ritirato la mia tessera elettorale circa dieci anni fa, ho sempre creduto che non solo fosse un mio diritto votare, ma che fosse anzitutto un dovere. E ieri, come tutte le volte che me ne è stata data l’occasione, sono entrata nella cabina e ho espresso la mia opinione. E, come tutte le volte, mi sono sentita fiera.

A prescindere da quale poteva essere il risultato, chi ieri non si è presentato alle urne ha mancato verso se stesso, verso chi gli è strettamente vicino e anche verso tutti gli elettori che invece hanno votato. Quello che più mi ha stupito è stata l’assenza dell’elettorato giovanile, almeno nel nostro seggio. Sono arrivati anziani, anche con disabilità, famiglie, donne e uomini sulla quarantina. Ma dove stavano i giovani? Possibile che oggi tutto ciò che conta per loro sia l’ultimo modello di Iphone e il televoto di Amici di Maria De Filippi? E non venite a dirmi che i ragazzi sono disillusi, che non ci credono, che troppe volte il sistema li ha traditi. Perché queste sensazioni le ho provate anche io, ma non ho smesso di esercitare un mio diritto/dovere. E non posso pensare che si possa lasciare agli altri il compito di decidere per noi quando, ebbene sì, possiamo dire la nostra. Non abbiamo scelto gli ultimi tre presidenti del consiglio e di questo passo, se smettiamo di presentarci ai seggi elettorali, lasceremo agli altri la libertà di scegliere per noi su tutto. E a me questa cosa non solo fa ribollire il sangue, mi terrorizza proprio.

Nel mio seggio sono venute a votare 274 persone su 1007. Pochi, dunque. Ogni elettore che varcava la soglia della nostra aula veniva accolto con un grande sorriso. Io personalmente ero proprio contenta, mi sembrava di vedere acqua nel deserto, tanto era desolata quella scuola. Ed è stato così fino alle 22:57, quando è arrivato il cosiddetto “votante dell’ultimo minuto”. Beh, grazie. Grazie a tutte quelle persone che ieri si sono presentate anche a una manciata di minuti dalla chiusura delle votazioni. Sì, perché ieri non sarebbe cambiato molto, ma la prossima volta potrebbero fare la differenza. Il mio modesto consiglio, nella giungla caotica che è diventato il nostro Paese, è quello di informarvi senza aspettare che lo facciano gli altri. Senza permettere che chi è al potere vi strumentalizzi e approfitti dell’ignoranza. Interessatevi al mondo che vi circonda e informatevi bene, formulate delle idee e costruite, a partire da quelle, la vostra strada. Prendete coscienza. Siate cervelli pensanti, per favore. E soprattutto non rinunciate ai vostri diritti.

Il prossimo referendum, quello sulla riforma costituzionale, è previsto per il prossimo ottobre. Cominciate a leggere e fatevi un’idea. Informatevi, ripeto. E poi andate a votare. Tutti.

 

“Ombre pagane”, il giallo di Franco Mieli: le indagini del maggiore Cerci e il maresciallo Coletta nella Roma antica e sotterranea

di Rara Piol

IMG_8550Si è tenuto nel tardo pomeriggio dello scorso venerdì 11 marzo, il decimo incontro di Librinfestival, con la presentazione dell’opera “Ombre pagane” di Franco Mieli (MonteCovello Edizioni), presso Arte in circolo a Monterotondo. Ha condotto la presentazione la giurata Laura Di Tosti insieme a Giusi Radicchio, una delle organizzatrici del concorso letterario, tra le immagini suggestive dei siti archeologici visitati dall’autore.

 

IMG_8553L’autore

Franco Mieli, nato a Roma nel 1961, dal 2009 ha ripreso a scrivere dopo aver abbandonato per lungo tempo questa sua passione giovanile. Ha frequentato i corsi di scrittura creativa dell’ Università Popolare Eretina di Monterotondo e a Farfa nell’ ambito della manifestazione “Liberi sulla Carta”. Coltiva la passione per l’ archeologia, il mare e le escursioni in montagna, di cui ha trasferito le esperienze nei suoi racconti. Questo è il suo secondo romanzo dopo l’esordio con i due racconti noir raccolti nel volume “Lupi nella nebbia” edito da Montecovello.

Copertina-ombre-paganeTrama

Una Roma sconosciuta e sotterranea e una montagna insolita e misteriosa fanno da sfondo alle indagini del maggiore Cerci, aiutato dal maresciallo Coletta. I due investigatori dell’Arma precipitano in un incubo popolato di crudeli divinità e delitti efferati. Nelle notti senza luna, nel nome di una sanguinaria dea dell’antichità, si celebrano tra le rovine dei templi pagani, gli antichi riti di una setta risorta dalle sue ceneri. Siti archeologici fanno da sfondo alle indagini cui partecipano un frate archeologo e una giornalista di cronaca nera. In un crescendo di follia, persino l’amore trova spazio per arrivare a toccare il cuore di Massimo Cerci che nel frattempo rimette insieme i pezzi del suo tragico passato. Il monte Soratte, la montagna sacra e inquietante che si erge solitaria a poche decine di chilometri da quella che fu la capitale del mondo antico, sarà testimone sia dell’epilogo della vicenda umana del maggiore Cerci che della terribile verità sul vero obiettivo della spietata organizzazione. Il romanzo chiude il cerchio con le avventure del tormentato ufficiale dei Carabinieri iniziate con il racconto contenuto nel volume “Lupi nella nebbia-Zanne”.

Il tempio di Diana e il giallo: quando l’archeologia diventa lo scenario di misteriosi omicidi irrisolti

…una sanguinaria Dea venuta dal passato semina una scia di sangue nella Roma del 2012: siamo nel Tempio di Diana, a Nemi, e tra i reperti archeologici di un sito romano ancora da riportare del tutto alla luce, comincia la storia scritta dalla penna di Mieli. “Sono un impiegato con la passione per la scrittura e, una volta cresciuti i figli, ho cominciato a dare sfogo alla mia creatività – spiega l’autore – In vent’anni di pendolarismo ho letto moltissimo e mi sono avvicinato soprattutto al giallo e al thriller, così mescolando questi generi narrativi all’amore per la montagna e l’archeologia, è nato questo romanzo. Avevo già in mente il personaggio, poi i luoghi suggestivi che ho visitato hanno ispirato tutto il racconto. Ho rivestito il Tempio di marmi e l’ho popolato dei miei personaggi”.

Stile e ambientazione: un thriller che fa del dettaglio la sua arma vincente

Ogni capitolo si apre con il giorno, l’ora e la location, niente è lasciato al caso e il lettore, come da una guida turistica, è accompagnato in questo viaggio enigmatico dalle descrizioni fedelissime che l’autore fa dei luoghi, tanto la suscitare in chi lo legge il desiderio di visitarli. “Qualcuno ha visto in questo libro un testo simile a una sceneggiatura – racconta Mieli – certamente il cinema ha influenzato molto il mio stile, uno dei film che più ho apprezzato è I fiumi di porpora diretto da Mathieu Kassovitz e tratto dall’omonimo romanzo di Jean-Christophe Grangé, ne ho tratto alcune scene molto cupe”. Uno stile incalzante, un’epigrafe che nasconde diversi indizi e un sottotitolo in copertina che preannuncia il tema del romanzo, l’antico che rivive nel moderno, sono tutti elementi che rendono l’intreccio narrativo ben funzionante.

IMG_8536Il maggiore Cerci: il protagonista del romanzo e l’alter ego dell’autore

“Quando descrivo i miei personaggi, almeno nell’aspetto esteriore, mi affido al mio quotidiano: può essere l’uomo che mi siede di fronte sul treno, una collega, un vecchio professore del liceo – spiega. Il maggiore Cerci è un amante della natura, un carattere tormentato, con le sue fobie (attacchi di panico ndr) e i problemi con il corpo dei carabinieri. Nonostante sia antipatico gli uomini intorno a lui lo rispettano e le donne lo trovano estremamente affascinante. Diciamo che è quello che avrei voluto essere nei suoi aspetti migliori, e quello che sono nei suoi lati peggiori”.

Un omaggio alla natura e soprattutto a Roma, con la sua storia e le sue ombre

La Capitale non fa solo da sfondo all’opera, ne è protagonista: i siti archeologici, la galleria Alberto Sordi, via del Teatro di Marcello… “Ho lavorato a Roma per una vita e posso dire di esserci cresciuto e di averla amata nel bello e nel cattivo tempo, le sue aree antiche sono meravigliose ma i trasporti pubblici sono l’inferno, lenti e faticosi. In questo libro ho voluto raccontare i luoghi più importanti, quelli storici, ma anche i quartieri più in periferia come il Prenestino, dove sono nato e dove, d’altronde, ha avuto i natali anche il maresciallo Coletta. Ora tornandoci mi rendo conto che è tutto cambiato: ci sono molti più negozi, sono scomparsi quelli che vendevano giocattoli, ricordo con gioia che c’era il carbonaro”.

Il prossimo incontro, venerdì 8 aprile

Giunti quasi al termine, Librinfestival vi dà appuntamento a venerdì 8 aprile, ore 18, presso la Cantina Amadio, in via Col di Lana 18 a Monterotondo Scalo, per la presentazione del libro di Alessio Fabrizi “Italian Underground” (Editore Meligrana).

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