Rara Piol

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Monthly Archives: ottobre 2013

“Wild Tiger Woman”, l’ultimo video dei Giuda in esclusiva su Rolling Stone

di Rara Piol

I Giuda sulla copertina del loro ultimo album "Let's do it again"

I Giuda sulla copertina del loro ultimo album “Let’s do it again”

In esclusiva su Rolling Stone, uno dei periodici musicali più importanti a livello internazionale, compare oggi 29 ottobre 2013 per l’edizione italiana l’ultimo video dei Giuda “Wild Tiger Woman”. Ricercata la scelta della fotografia, con inquadrature rapide e vertiginose, e una gamma di colori in puro stile anni ’70. Dal ritmo frenetico e inconfondibile lo stampo del gruppo glam-rock’n’roll romano che, il prossimo 15 novembre, vedrà l’uscita dell’ultimo disco “Let’s Do it Again” (Fungo – Damaged Goods – TKO – Dead Beat – White Zoo – Surfin’Ki). Il video, girato in gran parte al Villaggio Olimpico, si chiude con un’immagine alquanto suggestiva, tipicamente pasoliniana.
Il video in esclusiva sul sito www.rollingstonemagazine.it

Diretto da Gian Luca Catalfamo
Camera e Fotografia di Sacha Piol
Montaggio di Gabriele Lepera

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Elisa Portaro: “A Londra ci sono molte possibilità e occasioni per i giovani come me”

All’estero ci vedono come scansafatiche e bamboccioni

di Rara Piol

Elisa Portaro

Elisa Portaro

Elisa Portaro, classe 1986, è nata a Roma e ha vissuto a Fonte Nuova fino a due anni fa quando, dopo aver conseguito la laurea magistrale in Progettazione e gestione dei sistemi turistici, ha deciso di lasciare l’Italia e partire alla volta dell’Inghilterra. Si definisce una ragazza sensibile e rispettosa, magari a volte un po’ distratta, amante della musica rock e sempre felice di potersi dedicare alla lettura di un buon libro, come il suo romanzo preferito “Le pagine della nostra vita” di Nicholas Sparks. Dal carattere solare e determinato, ma soprattutto sempre positivo, nel 2011 Elisa ha volato verso Londra per affinare la sua conoscenza della lingua inglese e dopo due anni ci racconta perché ha deciso di restare nella capitale britannica.

Tempo di rivoluzione globale: cambia l’assetto economico, sociale e geopolitico del mondo. Come vivi tu questo tempo?

Lo vivo con rabbia perché c’è troppo divario: alcuni Paesi sono sull’orlo del burrone, come l’Italia, il che mi rende molto incerta e preoccupata per il mio futuro e quello dei miei affetti, altri sono già sprofondati mentre altri ancora si crogiolano nel proprio benessere sproporzionato.

Per questo hai deciso di trasferirti a Londra?

Ho deciso di andarmene dall’Italia perché vedevo in Londra una città in cui ci fossero ancora possibilità ed occasioni per i giovani e questo assumeva un ruolo primario e fondamentale per me. Qui spero di trovare tutte le opportunità che una persona all’inizio della propria carriera lavorativa merita per costruirsi un futuro interessante e non incerto come quello che mi offre oggi l’Italia.

Cosa ha significato lasciare l’Italia, la tua famiglia e gli amici?

Ha significato, e tutt’ora significa, sentirmi spesso sola e disorientata, lontana dai miei sostegni e punti di riferimento. Certo questa esperienza mi ha resa più forte e coscienziosa, ma allo stesso tempo anche più vulnerabile, meno spensierata e con la sensazione costante del “pesce fuor d’acqua”.

Una sensazione, quella del disorientamento, che avrai provato soprattutto all’inizio.

I primi momenti sono stati difficili. Capire poco la lingua del posto rende tutto difficile e oltretutto devi capire come funziona la vita nel paese che ti ospita e confrontarti tutti i giorni con una realtà che non ti appartiene e che riconosce valori diversi dai tuoi, seppur non troppo. Allo stesso tempo però devo ammettere che nella fase di adattamento ero più disposta a sopportare ciò che non mi piace di questa città perché mossa dalla fame di conoscerla e di farla mia.

Hai deciso comunque di restare a Londra. Perché?

Dopo un anno come cameriera in un piccolo bar/ristorante, adesso è da più di un anno che lavoro come Butler in un albergo di lusso in centro. Perciò per il momento conto di crescere nell’azienda che mi ha dato questa opportunità e che ha puntato su di me quando mi presentai senza alcuna esperienza nel settore. Ambisco a ruoli manageriali ma ci vorrà tempo e gavetta per acquisire le capacità necessarie prima che possa raggiungere il mio obiettivo.

Dall’estero come vedi l’Italia? E loro come vedono gli italiani?

Quando penso all’Italia e tutte le volte che torno a casa per ritrovare la mia famiglia, provo una gran tristezza nel vedere come ci stanno e ci stiamo riducendo. Vedo il sacrificio, la sopportazione e l’esasperazione negli occhi dei miei cari. Qui a Londra,  per quanto siano molto affascinati dal nostro Paese, dalla nostra cultura e dalle nostre tradizioni, ci vedono deboli, incapaci di ribellarci ad un sistema e ad un governo che ci logora in maniera così ovvia ed evidentemente. Inoltre, la loro visione è molto influenzata dagli stereotipi purtroppo, “l’italiano scansa fatica”, “il bamboccione”, etc.

Quanti fra i tuoi amici e conoscenti vorrebbero andarsene dall’Italia? Glielo consiglieresti?

Molti, sinceramente. Alcuni di loro non ce la fanno, il passo è troppo oneroso, non solo a livello economico. Altri ci sono riusciti ed altri ancora hanno dato vita a fenomeni di emigrazioni regionali. Sì, lo consiglierei perché ci si rende conto di quanto altro c’è lì fuori, di quanto l’Italia sia solo un paese fra tanti. E’ un’esperienza che fa crescere e poi apprezzi, ami e ti mancano oltre misura le tue radici, la tua cultura, la tua origine.

Ripensando all’Italia, cosa ti manca? Cosa invece sei felice di aver lasciato?

Sicuramente sento nostalgia del sapore vero del cibo, specialmente frutta e verdura, delle tradizioni e dei momenti che si trascorrono con i propri affetti. Non mi mancano affatto la burocrazia, l’ignoranza di molti purtroppo e la politica.

Credi che tornerai in Italia?

Lo spero veramente tanto! Non credo di poter vivere la mia vita qui in Inghilterra e ne prendo coscienza sempre più giorno dopo giorno. Nonostante ciò, mi vedo ancora qui a prendere il massimo che questa città ha da offrirmi nei prossimi uno/due anni. E appena riterrò essere il momento opportuno, mi impegnerò con tutte le mie forze per riuscirci. In fondo il mio progetto di vita è trovare la felicità in un luogo in cui possa lavorare serenamente, con delle garanzie che mi permettano finalmente di mettere le radici da qualche parte per poter pensare all’idea, adesso ancora molto lontana, di costruirmi una famiglia, di realizzare i miei sogni, di viaggiare spesso, di aiutare la mia famiglia e molto altro.

 

Pubblicato su Tiburno il 22 ottobre 2013

Sergio Messere descrive i giovani del futuro con “Generazione oltre la linea”

di Rara Piol

Sergio Messere, autore di "Generazione oltre la linea"

Sergio Messere, autore di “Generazione oltre la linea”

Sergio Messere, classe 1970 è originario di Civitavecchia, ma vive a Santa Lucia con sua moglie Emanula e le sue due figlie. Diplomato in Elettronica industriale, dal ’91 lavora come tecnico di settore in un centro di coordinamento e supervisione delle reti Mediaset. Dal 2011 cura con successo un blog su Libero, Giorni strani, nel quale condivide racconti, poesie e riflessioni su argomenti di vario genere e, grazie alle numerose visite ricevute è stato annoverato tra i gold blogger del sito. Si occupa anche di una Community su Google Plus chiamata Scrittori in erba, a cui hanno aderito centinaia di membri. Lo scorso luglio ha pubblicato il suo primo romanzo intitolato “Generazione oltre la linea”. L’opera, ambientata nel 2040, vuole riflettere sul tema sempre attuale della collettività in cui viviamo e soprattutto ricercare soluzioni concrete al fine di “rifondare” attraverso nuovi giovani una società più dignitosa. Già al lavoro sul suo secondo libro, questa volta thriller con sfumature rosa, che vedrà protagonista una fascia d’età adulta.

Un perito elettronico e uno scrittore, connubio interessante. Come nasce la sua passione per la scrittura?

Scrivevo racconti e poesie fin da piccolo e credo di essere sempre stato cosciente delle mie inclinazioni verso l’immaginazione, a volte sull’orlo del “visionario”, per quanto l’altro volto mi ha sempre ritrascinato al quotidiano. Questo misto di fantasia e logica ha ispirato l’idea del mio primo romanzo.

“Generazione oltre la linea” è il titolo della sua opera. A chi si riferisce?

Si riferisce alla generazione che sarà maggiorenne nell’anno della storia, il 2040 per l’appunto. Oltre la linea della tradizione e della conformazione sociale dei tempi nostri… In poche parole questa generazione dovrà ripartire da zero, dai valori etici e punti di riferimento.

Siamo in un futuro alquanto prossimo e quella che viene descritta nel libro è una società diversa da quella attuale. In cosa?

Descrivo una società in cui c’è molto meno benessere, in cui i ragazzi lasciano il nucleo familiare già alla maggiore età, andando a vivere in ex magazzini o locali abbandonati restaurati con le proprie mani. Insomma, una società nuova che si ritrova con “le toppe al sedere” per via delle malefatte e lacune del mondo politico passato, ma, nonostante tutto, è capace di reagire e lo fa a suo modo. Devo aggiungere che la metropoli tirrenica immaginaria del romanzo, Sìagora, è comunque in controtendenza rispetto alla decadenza del resto dell’Italia. Grazie all’opera di amministratori e tecnici oculati è una città vitale e positiva che ha saputo coniugare tradizione e innovazione, a tal punto da oscurare la stessa  Roma fino a diventare un fulcro per la gioventù europea. In tal senso, agli antipodi dello spirito distopico del romanzo stesso, Sìagora rappresenta l’utopia… Curioso, no?

I protagonisti di Generazione oltre la linea sono giovani e si ritirano in un vecchio casale del Lazio per imparare a “vivere”.

Sotto la guida di un certo Sir Gabriel, presumibilmente di origini armene, uomo maturo, fascinoso e non poco ambiguo, avranno modo di imparare attività tradizionali come la restaurazione di mobili, la cura dell’orto e il cavarsela tra i fornelli, nonché il saper convivere giorni e giorni  in comunità, rito che abbiamo del tutto dimenticato.

Un casale, giovani alle prese con amore, odio, lavoro, collettività… Un rimando al Decamerone?

Anche qui, come nel Decameron, i protagonisti sono ragazzi e l’eros assume una certa rilevanza. Per il resto, anche se fuori dall’Officina non c’è la peste fiorentina, l’atmosfera è alquanto ossessiva e i ragazzi saggeranno sulla propria pelle il celebre “homo homini lupus”. Nel contesto claustrofobico e competitivo del casale di Gabriel, i contrasti e le alleanze dei protagonisti sono il pane quotidiano. Gli inevitabili episodi di violenza fra gli allievi ne saranno lo sbocco naturale, ma anche ciò contribuirà in modo pesante alla loro crescita e formazione. Vorrei precisare che nel libro vengono descritti atti di violenza, pertanto consiglio la lettura a un pubblico adulto ed esorto i lettori a non emulare quanto riportato.

Cosa pensa della generazione attuale, ma soprattutto, crede ci sia bisogno di una nuova società?

I giovani d’oggi avranno davanti anni molto duri e dovranno rimboccarsi le maniche, c’è poco da fare… Penso che, come qualità di vita, in Italia abbiamo toccato l’auge fra gli anni 60 e gli 80. Credo fermamente che una società dovrebbe sempre rinnovarsi, sulla base dei principi della cooperazione, dell’onestà e del lavoro. In sinergia dovremmo ridare potere e autorevolezza agli educatori istituzionali, principalmente ai genitori e agli insegnanti. Non si può pensare di delegare l’educazione ai nuovi “precettori invisibili”, Internet e tv.

Pubblicare un libro è un’impresa ardua. Qual è stata la sua esperienza con il mercato editoriale?

In realtà, il difficile non è tanto trovare chi ti pubblica, quanto avere la fortuna di essere considerati da un editore serio. In tal senso, la mia ricerca è durata un paio di anni. In tutto ho ricevuto cinque proposte, di cui alcune a dir poco scandalose. Com’è noto, il mondo editoriale è in mano a quei pochi colossi che dettano le regole e sono padroni dell’intera filiera, dalla distribuzione alle catene librarie. E, cosa vergognosa, tendono a pubblicare autori stranieri affermati e, in Italia, perlopiù giornalisti, vip, sportivi e affaristi di varia natura. Per me questo è commercio di libri, non è letteratura.

Sta scrivendo il suo secondo romanzo, qualche anticipazione?

Si tratta di un intreccio tra il genere trhiller con venature “rosa”. Un folle amore fra Sabrina Monaco, donna complessa e di una vitalità devastante, ed Emanuele Brandi, biologo milanese impegnato in un’attività parallela non propriamente lecita, ma ispirata da nobili ideali.

Pubblicato su Tiburno l’8 ottobre 2013

“Un canto per un banco di scuola”

di Rara Piol

8Si terrà sabato 12 ottobre la II edizione della festa di solidarietà “Un canto per un banco di scuola”, dalle 15:30 presso il Teatro delle Suore di Gesù Redentore a Tor Lupara. L’evento, organizzato dall’Associazione Progetto Mamma di Fonte Nuova, vedrà quattro cori di origine parrocchiale esibirsi in canti gospel, laici e molto altro ancora, per trascorrere insieme un pomeriggio piacevole in musica. L’ingresso sarà gratuito e con l’occasione verranno raccolte offerte libere. Il ricavato sarà destinato in  Nigeria, dove la situazione di assoluta povertà delle zone periferiche della capitale ha spinto la comunità a promuovere l’adozione di interi villaggi.

“A Ketti – spiega Fabio Innocenzi, Presidente dell’Associazione Progetto Mamma –  grazie alla collaborazione di diverse persone e al coinvolgimento della gente del territorio, abbiamo potuto contribuire a mini progetti come la costruzione di un pozzo, la scolarizzazione di 250 bambini, l’allestimento di alcuni fabbricati per la scuola dell’infanzia, la mensa scolastica e le cure sanitarie. Ognuno, nel suo piccolo, può contribuire! Per questo – continua – invito tutti a partecipare numerosi sabato all’incontro di musica e solidarietà”. Sul sito delle Suore di Gesù Redentore sarà inoltre possibile seguire i progressi e la realizzazione dei progetti in corso.

 

Pubblicato su Tiburno l’8 ottobre 2013

“Più di qualcuno è tornato in Chiesa grazie al Papa”

“Effetto Bergoglio” in tutte le parrocchie

di Rara Piol

Don Tiziano Repetto

Don Tiziano Repetto

Don Tiziano Repetto, classe 1962, è nato a Milano dove ha conseguito la Laurea in Letterature straniere moderne (inglese e russo), il Master in Economia e gestione d’azienda e, presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, la Licenza in comunicazioni sociali e il Dottorato in Scienze sociali. Oggi vive a Mentana dove ricopre il ruolo di Vicario parrocchiale presso la Chiesa di S. Nicola da Bari e insegna Sociologia e Filosofia all’Istituto Teologico S. Pietro di Viterbo, diretto dal Vescovo  Mons. Fumagalli. Attualmente è impegnato nella preparazione dei corsi di filosofia per l’Istituto teologico di Viterbo, che inizieranno il prossimo gennaio.

La Chiesa cattolica attraversa oggi una fase di cambiamenti, grazie soprattutto all’avvento e all’intervento di Papa Bergoglio che, con il suo operato, ha ottenuto finora larghi consensi, legati non solo al mondo della fede. Don Tiziano Repetto spiega dal suo punto di vista le possibili ragioni di questo positivo “effetto Papa Francesco”.

Papa Francesco ha portato una ventata di cambiamenti che ha sorpreso non solo i fedeli, ma anche i meno credenti. Cosa pensa del nuovo Pontefice?

Papa Francesco presenta l’innegabile vantaggio di provenire dal “nuovo mondo”, l’America del Sud. Questo gli consente di avere una visione obiettivamente innovativa, contrapposta a quella europea che invece è filosofica, teorica, erede di una grande tradizione speculativa e scientifica, ma talora poco dinamica e concreta. La grande intuizione del Santo Padre è stata, noi crediamo, quella di provare a riformare l’immagine della Chiesa cattolica e riposizionarla in una collocazione più  vicina alla gente comune. Se mi è permesso un paragone con la psicanalisi, il Papa sembra avere il ruolo di uno psicanalista che di volta in volta, in un gruppo di persone, rimanda l’immagine di certi comportamenti da correggere perché poi il gruppo possa elaborare un cambiamento personale e sociale. Diciamo che pure il mondo politico e civile potrebbe trarre insegnamenti importanti da un simile modo di procedere.

Il Papa ha aperto ai divorziati e gay. Quest’apertura si traduce in cambiamenti concreti, come ad esempio concedere loro la comunione?

Occorre a questo punto ricordare una distinzione importante: chi divorzia e contrae un nuovo matrimonio civile, vive di per sé in uno stato di peccato permanente che non permette l’accesso ai sacramenti. Questa norma non è una discriminazione, ma dice soltanto che non si può rifiutare un Sacramento per poi chiederne un altro. Viceversa, il divorziato non risposato che conduce una vita di fede ed è fedele al vincolo del matrimonio può tranquillamente accedere ai sacramenti. Il Papa ha chiesto di essere particolarmente vicini a chi ha ferite derivanti da separazioni e simili, il che significa probabilmente non trasformare le chiese in luoghi in cui si celebrano “processi” o in cui si emettono “sentenze”, ma a quanto mi consta non ha concesso la S. Comunione ai divorziati risposati, del resto il Pontificio Consiglio per la Famiglia ha smentito ufficialmente questa illazione.

Per i gay valgono le stesse norme che valgono per gli etero: i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio sono considerati impropri dalla Chiesa. Ad ogni modo, una Chiesa che afferma gli stessi principi dello Stato, diverrebbe essa stessa uno Stato civile.

Papa Francesco predica la povertà e l’ha messa in pratica da subito dando il buon esempio. Cosa pensa di questa scelta?

Penso che povertà non significhi tanto mancanza di denaro ma piuttosto “distacco da esso”, ossia non considerarlo come un bene proprio. Anche Gesù aveva un cassiere, Giuda Iscariota, quindi significa che aveva dei beni da amministrare per la sussistenza degli Apostoli e per le opere di carità. La Chiesa dunque deve essere povera, non considerando come propri i beni di cui dispone, ma non indigente, altrimenti non potrebbe compiere alcuna opera di carità – e sappiamo che oggi giorno le Caritas locali consentono di sopravvivere a un gran numero di “nuovi poveri”. I segni di Papa Bergoglio vanno nella direzione di una maggiore sobrietà nell’uso dei beni (negli abiti, nei viaggi, etc.) ribadendo che quelli che appartengono alla Chiesa sono innanzitutto degli indigenti, da cui, per esempio, l’esortazione ad aprire i monasteri per alloggiare i senza dimora.

C’è qualcuno che si è avvicinato alla Chiesa in questi mesi, affascinato dalle idee del nuovo Papa?

Sì, anche nella mia Parrocchia più di uno mi ha detto di essere tornato in Chiesa proprio perché c’è questo nuovo Papa, il che costituisce senza dubbio un primo passo interessante, ma che poi dovrebbe diventare inizio di un nuovo cammino di approfondimento e consolidamento della ritrovata fede. Quanto maggiormente si riscontra dalle parole dei fedeli è la piacevole sorpresa derivante dal fatto che Papa Bergoglio parla di Dio e della sua fede non a partire dalla conoscenza, ma dall’esperienza, quindi Dio come rapporto interpersonale, come comunità. Citando le parole di Fausto Bertinotti in un’intervista al settimanale “Altri”, possiamo ricordare quanto un grande Vescovo come Monsignor Romero affermava: “se faccio l’elemosina a un povero, tutti mi considerano, ma se parlo delle cause della povertà tutti mi considerano un comunista”. Ebbene, Papa Bergoglio non ha paura di evidenziare le cause.

Papa Bergoglio prende la metropolitana e chiama le persone al cellulare per parlare dei problemi che le affliggono. Si interessa dunque attivamente della comunità. Come reputa queste azioni senza dubbio “nuove”?

Sono azioni che chiunque laico o consacrato compie quotidianamente. La novità sta nel fatto che le compia un pontefice. Si pensava che un Papa fosse troppo indaffarato per potersi interessare dei casi singoli e invece lui ha trovato il tempo per farlo. Ci ricorda che Dio ama ciascuno di noi singolarmente e personalmente. Di certo questo è un messaggio importante, simile alla rivoluzione mediatica portata avanti da Papa Giovanni Paolo II. Un esempio per tutti: il roteare del bastone davanti a milioni di giovani durante la veglia della Giornata mondiale della gioventù a Manila nel gennaio 1995 alla maniera di Charlie Chaplin… un gesto rimasto nella storia delle comunicazioni di massa, come segno di gioia, di amore per i giovani e per la vita.

Crede che dopo i cambiamenti apportati da questo pontefice, i successivi ne saranno influenzati e continueranno ad operare in tale direzione?

Beh, direi che è presto per dirlo. Intanto vediamo come si sviluppa il suo pontificato e quanto dura. Da quanto si vede, probabilmente i suoi successori difficilmente potranno prescindere da quanto sta facendo ora, quindi è possibile che continueranno nel solco della tradizione da lui tracciata. Giovanni Paolo II ha influito molto sulla Chiesa anche perché il suo papato è durato molti anni. Facciamo un esempio: Giovanni Paolo II ha iniziato a farsi toccare direttamente dalla gente, i suoi successori hanno continuato a farlo. Prima il Papa era “intoccabile”, il che esprimeva una forma di sommo rispetto… Probabilmente, il pontificato di Papa Bergoglio sarà più breve, ma dipenderà molto dall’intensità dei gesti e dall’azione comunicativa che riesce a far passare.

 

Pubblicato su Tiburno il 1° ottobre 2013

PRECISAZIONE 

Don Tiziano Repetto, menzionato nell’intervista come “vicario” della parrocchia San Nicola di Mentana, non ricopre più questo ruolo.

“Entro dicembre la consegna del pulmino per disabili”

di Rara Piol

Graziano Di Buò, Manuel Tola, Raffaele Di Pancrazio

Graziano Di Buò, Manuel Tola, Raffaele Di Pancrazio

Formalizzato lo scorso 24 settembre l’accordo tra il Comune di Fonte Nuova e la nota società P.M.G. Italia SPA, specializzata nella fornitura di autoveicoli per la mobilità di persone con capacità motorie limitate. La Società, nella figura di Raffaele Di Pancrazio, si impegna entro dicembre a consegnare al Comune un FIAT Doblò cinque posti, dotato di rampa elevatrice e completamente attrezzato per il trasporto di disabili, anche carrozzati. Il veicolo, garantito in comodato d’uso gratuito, non graverebbe dunque di alcun costo sul bilancio economico dell’Amministrazione comunale, esonerata anche dagli eventuali interventi di manutenzione sulla vettura. “Finalmente dopo anni – spiega Manuel Tola, assessore ai servizi sociali e promotore del progetto – riusciamo ad esaudire le richieste delle associazioni e cooperative presenti sul territorio, che si occupano di laboratori per adulti e minori disabili, come La lanterna di Diogene e l’Aquilone, e che potranno quindi usufruire del mezzo attrezzato”.

Un impiegato della P.M.G. avrà l’incarico poi di reperire sul territorio tutte le aziende interessate a sponsorizzare il progetto attraverso operazioni pubblicitarie, a partire dalla visibilità sul pulmino stesso dei marchi che aderiranno. “Confido nei cittadini di Fonte Nuova – ha dichiarato il sindaco Graziano Di Buò – e sono certo che ci sarà una gara alla solidarietà”.        

 

Pubblicato su Tiburno il 1° ottobre 2013

Futuri medici e ricercatori nell’ombra. Alessandra: “L’Italia deve fare di più”

di Rara Piol

Alessandra Celli

Alessandra Celli

Alessandra Celli, classe 1989 di origini romane, vive a Monterotondo dove si è diplomata al Liceo scientifico Giuseppe Peano. Già laureata in Scienze dell’Alimentazione e Nutrizione Umana presso il Campus Bio-Medico di Roma, attualmente si sta specializzando nel settore con una tesi sperimentale sul diabete riscontrato in persone sieropositive, con dati raccolti nel suo recente viaggio in Uganda. Alessandra è una ragazza solare e sensibile, dotata di un forte senso pratico, requisito indispensabile nel mondo della medicina. Estimatrice del benessere e del “viver sano”, si reca regolarmente in palestra e, nel tempo che le rimane, le piace andare al cinema.

Dal 2009 l’Italia registra un calo del 20% della spesa pubblica investita nella ricerca, un dato allarmante  che si ripercuote sull’inevitabile “fuga dei cervelli all’estero” e conseguente spreco di preziose  risorse intellettuali.  Sul suo futuro di ricercatrice  sta riflettendo anche Alessandra, 24enne di Monterotondo, laureata in scienze dell’alimentazione e  nutrizione umana, attualmente impegnata nel percorso di specializzazione. Solare e piena di speranze, la sua ambizione è da sempre quella di  diventare parte attiva di progetti in grado di risolvere  le cause della malnutrizione che attanaglia i paesi in via di sviluppo. Reduce da un tirocinio in Kenya nel 2012 e tornata da qualche settimana da un viaggio in Uganda, volto principalmente alla raccolta di dati per la sua tesi sul “Diabete nei paesi in via di sviluppo”, ci parla di questa sua esperienza, delle riflessioni sul suo futuro professionale e del suo modo personale di affrontare la prevenzione, tema a cui abbiamo deciso di dedicare lo speciale di ottobre.

Alessandra perché hai scelto di specializzarti nel campo dell’alimentazione?

Il mio sogno è sempre stato quello di occuparmi delle problematiche che riguardano la malnutrizione nel mondo. Oggi, dopo le esperienze che ho affrontato prima in Kenya e poi in Uganda, mi rendo conto che la realtà è più complicata di quanto pensassi… L’impatto con la gravità dei casi con cui sono venuta a contatto è stato molto forte e ho capito che tutto questo richiede una competenza ed un’esperienza che, onestamente, devo ancora maturare. Continuo sicuramente su questa strada, ma ho preso in considerazione anche altre possibilità.

Quali?  

Mi riferisco alla prospettiva di diventare una figura medica specializzata nel campo delle patologie e disturbi dell’alimentazione legati a problematiche psicologiche. Purtroppo oggi la figura del nutrizionista non è ancora del tutto riconosciuta in Italia, si preferisce affidare al medico di turno anche l’onere di dare consigli su quale sia la corretta dieta da seguire, e questo a volte crea più danni che altro.

Perché secondo te nella società odierna i casi di disturbi alimentari sono aumentati in maniera così esponenziale?

Il dato più scioccante è che questi disturbi stanno emergendo anche in tutte quelle popolazioni più “occidentalizzate” e la causa principale è l’ideale di bellezza e di magrezza a cui tante ragazze aspirano. Questo è un fattore importante, ma non è certamente l’unico… E’ il ruolo della donna ad essere cambiato, vengono richieste capacità e competenze che appartengono soprattutto al genere maschile, creando molta confusione e frustrazione anche nelle ragazze più giovani. In questo contesto i disturbi alimentari tendono ad essere più frequenti e anche più evidenti.

Alessandra durante il suo ultimo viaggio in Uganda

Alessandra durante il suo ultimo viaggio in Uganda

L’Italia attraversa un momento di forte crisi economica e puntare sulla ricerca sembra non essere una priorità.

Purtroppo la realtà italiana sotto questo punto di vista è molto deludente per i giovani volenterosi e capaci, quindi non mi stupisce il fatto che molti decidano di andarsense. Molto spesso sono le stesse università che scoraggiano i ragazzi ad entrare in questo mondo, prospettando un futuro senza lavoro o comunque senza uno stipendio, il che non aiuta a risollevare il settore. La ricerca in Italia dovrebbe essere uno dei settori su cui un Paese decide di investire di più, invece purtroppo è sempre all’ultimo posto.

Ottobre è il mese della prevenzione, come affronta una giovane donna e futuro medico un argomento così importante? 

Proprio perché sono giovane, credo che una corretta alimentazione e una regolare attività sportiva siano alla base di una vita salutare e soprattutto possano prevenire, appunto, la comparsa di malattie croniche. Io, per esempio, pratico molto sport e assumo la giusta quantità di liquidi secondo il mio fabbisogno, inoltre evito il più possibile l’assunzione di carne perché, al contrario di quanto si pensi, non fa poi così bene!

Hai lavorato negli ospedali  africani, si può parlare di prevenzione nei paesi in via di sviluppo?

Purtroppo, secondo la mia personale esperienza, devo dire di no.  Sono rimasta particolarmente colpita dal fatto che gli stessi medici del posto non comprendevano il motivo per il quale davamo priorità e importanza alla prevenzione. Il problema è che sono talmente impegnati ad occuparsi di malattie gravi come la malaria o l’HIV, che necessariamente il resto passa in secondo piano.

Alessandra mentre raccoglie i dati per la sua tesi sul diabete (Uganda)

Alessandra mentre raccoglie i dati per la sua tesi sul diabete (Uganda)

In Africa hai visto con i tuoi occhi gli effetti più crudeli della malnutrizione, in occidente invece il problema è quello dell’obesità. Cosa secondo te non funziona della cultura alimentare dei paesi più sviluppati?

I fattori alla base del sovrappeso e dell’obesità sono tantissimi, ed è difficile spiegarli in poche righe. Sicuramente importante è il fatto che spesso il cibo “non sano” è molto più economico di quello sano, più facile e veloce da preparare oltre che più gustoso. Per seguire un regime alimentare corretto ed equilibrato serve pazienza, tempo e volontà, e questo si scontra con i ritmi molto serrati della maggior parte delle persone che spesso arrivano a fine giornata e non hanno voglia di dedicare tempo alla cucina di piatti più elaborati ma più salutari.

Cosa hanno lasciato dentro di te questi viaggi?

L’impatto è stato molto forte, perché vivere quella realtà è assolutamente diverso da quando la si osserva in televisione. Il degrado delle strutture, la scarsa igiene, prendere le misure di un bambino malnutrito e che non può abituarsi a te perché già sa, e lo puoi leggere nei suoi occhi, che te ne andrai… Ho provato in alcuni momenti un senso di grande impotenza, perché inevitabilmente si sviluppa una sorta di distacco dovuto alla consapevolezza che dopo un determinato periodo di tempo si farà ritorno a casa. Allora ci si chiede, “ho fatto abbastanza”? Però non mi scoraggio e continuo fiduciosa per la mia strada.

Pubblicato su Tiburno il 1° ottobre 2013