“E se fossi morto?”: Muhammad Dibo racconta i dolorosi anni siriani dal 2011 a oggi

di Rara Piol

Fouad Roueiha, Muhammad Dibo, Fernanda Antonini e Federica Pistono
Fouad Roueiha, Muhammad Dibo, Fernanda Antonini e Federica Pistono

Si è aperto con un minuto di silenzio il terzo incontro con l’autore per la maratona letteraria Librinfestival, la scorsa domenica 15 novembre, dalle 17:30, presso la Casa della Pace in Piazza Angelo Frammartino, a Monterotondo: sessanta secondi simbolici di raccoglimento per tutte le vittime del terrorismo, da quelle più lontane nel tempo (l’America nel 2001, l’Indonesia nel 2002, la Spagna nel 2004, la Gran Bretagna nel 2005, l’India nel 2008 e il Kenya nel 2013) fino alle più recenti di quest’anno (Kenya, Tunisia, Turchia, Egitto, Libano e Francia). “E se fossi morto?” il romanzo in concorso di Muhammad Dibo, è stato l’input letterario di uno scambio culturale tra l’autore e i partecipanti. Mediatrice dell’incontro Fernanda Antonini, membro della giuria. Erano presenti in sala Federica Pistono, traduttrice dell’opera, Chiarastella Campanelli, curatrice della collana “Altriarabi”, e Fouad Roueiha, giornalista e interprete.

L'autore Muhammad Dibo
L’autore Muhammad Dibo

L’autore
Muhammad Dibo, classe ’77, è un giornalista, scrittore e poeta siriano. Dal padre, scomparso giovane, l’autore eredita l’interesse per la politica e, soprattutto, lo spirito combattivo e ribelle che lo porterà sin dal principio a partecipare alla rivoluzione siriana contro il regime di Bashar al-Asad, fino a essere arrestato e torturato, ed infine esiliato. Oggi vive a Beirut, in Libano, collabora con numerose testate giornalistiche di rilievo internazionale ed è caporedattore di “SyriaUntold”, che si occupa di attivismo civile.

La prima di copertina "E se fossi morto?" edizione Il Sirente
La prima di copertina “E se fossi morto?” edizione Il Sirente

La trama
Sono le prime ore del mattino quando il protagonista viene svegliato dal suono del telefono: un’amica gli comunica che un giovane di nome Muhammad Dibo è stato ucciso nella città di Duma. Con questo strano caso di omonimia, l’autore traccia una lunga testimonianza sulla guerra civile siriana, dal suo principio sull’onda delle rivoluzioni tunisina, egiziana e yemenita, fino allo sgretolarsi della Siria sotto la macchina repressiva del potere e degli interventi stranieri. Un abile intreccio di storia contemporanea e narrativa che ha come protagonista l’uomo e “il pianto, il terrore, le bombe, il canto e il sogno di una patria che possa volare libera”.

Quando la madre è una catena
“Dopo l’inizio della rivoluzione – spiega Dibo – tra le cose che mi causavano maggiore difficoltà c’era mia madre e la relazione con lei: presente e pronta ad allontanarmi dalla politica, la stessa che gli aveva portato via mio padre. Per questo ho sempre vissuto un forte conflitto interiore, perché da un lato non volevo che soffrisse ancora, dall’altro sentivo viva l’esigenza di lottare per la mia patria oppressa. Il suo amore – prosegue – era diventato il mio limite. Nel 2008, quando ho scritto “Errore elettorale”, i servizi segreti mi hanno convocato per un interrogatorio, e noi sappiamo bene cosa può voler dire nel mio paese. Il giorno della convocazione mia madre mi ha salutato come se fosse l’ultima volta che ci saremmo visti. Quando la sera, per fortuna, sono tornato a casa, l’ho trovata in un angolo con il volto funereo. Da lì – conclude – mi sono ripromesso che non l’avrei più esposta a tale sofferenza. Poi però con l’inizio della rivoluzione ho dimenticato questo proposito e sono sceso in piazza a Damasco a manifestare contro il regime. E sono stato arrestato”.

12255395_1632439490356899_738582482_oL’arresto e la prigionia nelle dure carceri siriane
Tradito e venduto al regime da un amico che si è trasformato all’improvviso in un informatore, una spia. Costretto alla prigione e alla tortura, Dibo sopravvive e declama poesie ai compagni di cella: “Credevo di conoscere le carceri siriane attraverso le letture che avevo fatto, ma ho scoperto ben presto che quanto avevo appreso dai testi era niente in confronto a ciò che avrei provato poi sulla mia pelle. Per questo vi invito, se doveste leggere questo libro, a moltiplicare per mille quanto ho riportato in merito, così da avvicinarvi a comprendere cosa provano oggi i siriani. E nonostante le percosse, le sevizie elettriche, ricordo ancora i sorrisi degli uomini con cui ho abitato la prigione, che mi chiedevano racconti e poesie”.

La fabbrica della paura: la dittatura e il legame tra terrorismo e oppressione
…chiamavo “paradiso della paura” la vita che vivevo fuori dal carcere, e “inferno della paura” l’esistenza che si viveva “dentro”. Sì, la nostra vita è diventata questo: inferno e paradiso in un’unica paura. Non basta forse questo a rovesciare un regime? (tratto da “E se fossi morto?” pag. 89 ndr). “La dittatura permea ogni aspetto della Siria – spiega Dibo – dalla scuola alla stampa, e la prima cosa che si impara è proprio la paura. Tra il ‘grande carcere’, la Siria, e il ‘piccolo carcere’, quello vero e proprio, la differenza sta nel dolore fisico che si prova nel secondo luogo, poiché la sofferenza intellettuale vive in entrambi. Il piccolo carcere, quello dove nasce e si forma il terrorismo, cerca di piegare coloro che si sono ribellati al grande carcere. Io faccio parte della componente alauita (gruppo religioso musulmano sciita ndr), la stessa del regime, eppure a quest’ultimo mi oppongo fortemente. Quando a Damasco chiedevamo riforme contro l’integralismo islamico, cercando di organizzare conferenze, venivamo sempre ostacolati e ci venivano negate le autorizzazioni. E il regime, attraverso la televisione, continuava la sua propaganda di oppressione diffondendo la paura. Questa è la chiave: bisogna combattere l’oppressione per fermare il terrorismo. La liberta ce l’hai quando non ti rendi conto di essere libero”.

Saranno sconfitte le colombe? Assolutamente no
Si interrogano i presenti in sala e tra le domande rivolte all’autore una colpisce l’attenzione di tutti: Cosa può fare allora il singolo? Come possiamo essere d’aiuto? “Questo pianeta è una patria condivisa – risponde l’autore – e ne è la conferma lo stesso Angelo Frammartino, un ragazzo che è partito per la Palestina per difendere una giusta causa, per portare avanti i valori di tutti e che oggi, purtroppo, non è qui a poterlo raccontare. O lo stesso Padre Paolo Dall’Oglio (fondatore della comunità interreligiosa di Deir Mar Musa al-Habashio in Siria ndr) che aveva intrapreso il suo viaggio nella città di Raqqa e del quale da due anni non si ha più notizia. Non era siriano, né italiano: era un cittadino del mondo. Quello che possiamo fare è eliminare le barriere che ci separano, cancellando l’oppressione, mirando alla libertà”.

Come l’aereo sparisce dal cielo, patria delle colombe, così la tirannia sparirà dalla mia patria, perché le colombe ci sono alleate nel viaggio verso la libertà… Perché volino le colombe e piova su di noi: libertà, libertà, libertà nel cielo di Damasco! Saranno sconfitte le colombe? Assolutamente… no!

Il prossimo incontro venerdì 4 dicembre

Sarà presentato venerdì 4 dicembre alle ore 19, il quarto libro in concorso, “La scuola possibile”, tra utopia e realtà: una storia di teatro in un liceo, di Paola Prandi (Robin edizioni). Location da definire.

 

Pubblicato su http://www.tiburno.tv

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