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#Referendum sulle trivelle, io c’ero: niente quorum, ma manco cervello

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di Rara Piol

Un seggio elettorale per consentire la consultazione sul referendum abrogativo sulla durata delle trivellazioni in mare, Roma, 17 aprile 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Foto di MASSIMO PERCOSSI

Ieri, come solo pochi sanno a quanto pare, c’è stato il referendum popolare abrogativo sulle trivelle. Ho avuto la possibilità di partecipare come scrutatore, dalle sei e trenta del mattino alla mezzanotte passata: una giornata piacevole, trascorsa per lo più in compagnia di sconosciuti, dal collega di seggio alle persone di altre sezioni, dal maresciallo agli elettori stessi. Peccato insomma per la sensazione che è maturata a un certo punto e che non mi ha abbandonato fino alla chiusura delle votazioni: e cioè che non avremmo raggiunto il quorum. E pare che agli italiani questo non importi. Ero perfettamente consapevole che non sarebbe stato facile e forse manco possibile, soprattutto per come è stato diffuso (poco) e spiegato (male) l’obiettivo del referendum. Tuttavia, da quando ho ritirato la mia tessera elettorale circa dieci anni fa, ho sempre creduto che non solo fosse un mio diritto votare, ma che fosse anzitutto un dovere. E ieri, come tutte le volte che me ne è stata data l’occasione, sono entrata nella cabina e ho espresso la mia opinione. E, come tutte le volte, mi sono sentita fiera.

A prescindere da quale poteva essere il risultato, chi ieri non si è presentato alle urne ha mancato verso se stesso, verso chi gli è strettamente vicino e anche verso tutti gli elettori che invece hanno votato. Quello che più mi ha stupito è stata l’assenza dell’elettorato giovanile, almeno nel nostro seggio. Sono arrivati anziani, anche con disabilità, famiglie, donne e uomini sulla quarantina. Ma dove stavano i giovani? Possibile che oggi tutto ciò che conta per loro sia l’ultimo modello di Iphone e il televoto di Amici di Maria De Filippi? E non venite a dirmi che i ragazzi sono disillusi, che non ci credono, che troppe volte il sistema li ha traditi. Perché queste sensazioni le ho provate anche io, ma non ho smesso di esercitare un mio diritto/dovere. E non posso pensare che si possa lasciare agli altri il compito di decidere per noi quando, ebbene sì, possiamo dire la nostra. Non abbiamo scelto gli ultimi tre presidenti del consiglio e di questo passo, se smettiamo di presentarci ai seggi elettorali, lasceremo agli altri la libertà di scegliere per noi su tutto. E a me questa cosa non solo fa ribollire il sangue, mi terrorizza proprio.

Nel mio seggio sono venute a votare 274 persone su 1007. Pochi, dunque. Ogni elettore che varcava la soglia della nostra aula veniva accolto con un grande sorriso. Io personalmente ero proprio contenta, mi sembrava di vedere acqua nel deserto, tanto era desolata quella scuola. Ed è stato così fino alle 22:57, quando è arrivato il cosiddetto “votante dell’ultimo minuto”. Beh, grazie. Grazie a tutte quelle persone che ieri si sono presentate anche a una manciata di minuti dalla chiusura delle votazioni. Sì, perché ieri non sarebbe cambiato molto, ma la prossima volta potrebbero fare la differenza. Il mio modesto consiglio, nella giungla caotica che è diventato il nostro Paese, è quello di informarvi senza aspettare che lo facciano gli altri. Senza permettere che chi è al potere vi strumentalizzi e approfitti dell’ignoranza. Interessatevi al mondo che vi circonda e informatevi bene, formulate delle idee e costruite, a partire da quelle, la vostra strada. Prendete coscienza. Siate cervelli pensanti, per favore. E soprattutto non rinunciate ai vostri diritti.

Il prossimo referendum, quello sulla riforma costituzionale, è previsto per il prossimo ottobre. Cominciate a leggere e fatevi un’idea. Informatevi, ripeto. E poi andate a votare. Tutti.

 

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