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“Non con un lamento” di Giorgio Di Vita: la storia di Peppino Impastato dalla voce di un suo amico e compagno di lotta

 

di Rara Piol

IMG_9319Si è tenuto venerdì 24 maggio alle ore 18:30, presso la Casa della Pace “Angelo Frammartino” a Monterotondo,  l’ultimo incontro di Librinfestival, la prima maratona letteraria eretina: protagonista dell’evento lo scrittore Giorgio Di Vita, autore del romanzo in concorso “Non con un lamento. Peppino Impastato, vertigini di memoria” (Navarra Editore). Ha condotto Emanuele Trovò, giurato, accompagnato dalle letture dei due attori Alessandra Mosca Amapola e Andrea Vasone.

L’autore

IMG_9324Giorgio Di Vita, scrittore e illustratore, nasce a Roma il 18 maggio 1955. Esordisce, diciannovenne, come disegnatore di fumetti, entrando nel gruppo dei “disneyani” dopo l’incontro con il maestro Giovan Battista Carpi. I suoi fumetti Disney sono oggi pubblicati anche all’estero, in molti Paesi. Nel 1980 è tra gli ideatori di una delle prime scuole di comics di Roma, dove insegna per alcuni anni. Laureato in Storia dell’Arte, si dedica alla scrittura di racconti ispirati a pittori famosi. Collabora con Mondadori, Egmont Italia, De Agostini, Giunti, Panini, Piemme e altre case editrici come autore, illustratore ed editor. Oggi è responsabile dell’area ragazzi di Navarra Editore, dopo esserlo stato, tra il 2008 e il 2009 delle Edizioni Play Press. Oltre a numerosi libri di intrattenimento per bambini e ai due e-book Diventare cartoonist [Bruno Editore] e Come disegnare persone e animali [Arte e crescita], pubblica Cecilia e il mistero del sogno e La compagnia di Capitan Galletto [Città Nuova]; Il bambino delle Ombre [Giunti]; Onde, Alya e Dirar; Il mistero di Nicola; Dieci milioni di giorni fa; Il muro, una storia berlinese e altri titoli [La Spiga].

L’opera

41rcL+zMOHL._SX309_BO1,204,203,200_ copj170.asp“Non con un’esplosione, ma con un lamento”. È così che finisce il mondo in uno dei versi più famosi di T. S. Eliot, la cui poesia percorre sottilmente questo romanzo centrato su una delle storie più drammatiche e più feconde della rivolta contro la mafia degli anni Settanta. Fu un’esplosione, però, a cancellare la vita di Peppino Impastato, anima di Radio Aut e del movimento che ne scaturì, e il suo fragore deve continuare a scuotere le coscienze. Non è con un lamento che Peppino è morto, e non è con un lamento che i suoi compagni continuano a onorarne la sua memoria.

Orfano di padre per scelta: quando la lotta alla mafia spezza il cordone famigliare

Una battaglia che comincia tra le pareti domestiche quella di Peppino, contro un padre mafioso che lo caccia di casa: la rottura di un legame indissolubile che la cultura del posto non gli perdonerà. “Allontanarsi dalla famiglia è sempre doloroso – commenta Di Vita – Il gesto di Impastato è qualcosa che, soprattutto gli anziani, non hanno mai dimenticato. Felicia, sua madre, era molto combattuta, non si intendeva di politica o questioni sociali. Dopo la morte del figlio invece ha sempre cercato verità e giustizia, dando un contributo fondamentale durante il processo”.

Peppino Impastato, una realtà che è diventata film: quando il commercio dell’immagine diventa un pericolo

IMG_9314Tutti sanno, o almeno dovrebbero, chi è Peppino Impastato, ma pochi lo hanno conosciuto davvero. Certamente molti ne hanno appreso la ‘storia’ guardando la pellicola di Marco Tullio Giordana, I cento passi: come tutti i film però, il racconto della vita del giovane di Cinisi tende a essere romanzato, e si cade nell’errore sempre più frequente di rendere la sua immagine “un prodotto ben confezionato” – proprio come spiega Giorgio Di Vita durante l’incontro. “Manca la coralità delle sue azioni – continua – non emerge l’importanza del suo entourage: non era affatto un eroe romantico e solitario, la battaglia che portava avanti la combattevamo anche noi, i suoi compagni. Dipingerlo così lo pone su un binario morto che non porta a nulla. Sono onesto – conclude – ho un po’ diluito la mia presenza in Sicilia e quest’anno non sono stato alla manifestazione. Ci sono troppe parole intorno all’immagine di Peppino, bisognerebbe scegliere quelle che davvero lo rappresentano e soprattutto sapere quando rimanere in silenzio”.

Combattere la mafia attraverso la cultura e l’informazione: Radio Aut e Tano seduto

IMG_9305 IMG_9316È il 1977 e a Terrasini, in provincia di Palermo, Peppino fonda Radio Aut, una frequenza libera e autofinanziata che si occupava tutti i venerdì sera di satira politica e denuncia territoriale. Da quel microfono lui e i suoi compagni portavano avanti la lotta al potere malato e corrotto. “Ogni boss – spiega Di Vita – ha bisogno di consenso e seguaci, creandosi nel tempo un’immagine, il rispetto, la paura. Impastato comincia da subito a togliere ai mafiosi la credibilità con lo sberleffo (Tano seduto era l’appellativo di Gaetano Badalamenti ndr), scoprendo e diffondendo le loro malefatte. Si cercava già allora di lanciare un messaggio attraverso questo grande strumento quale è la cultura. Ahimè non ci è riuscito Peppino, noi non ci stiamo riuscendo e forse non ci riusciremo mai”.

Dalle piazze ai social, quell’evoluzione che porta il cambiamento: sì ma a quale prezzo?

Non possiamo ignorare la tecnologia che avanza, dovremmo, però, stare molto attenti al suo potere alienante. Nel passaggio dagli spiazzi alle piattaforme online, sappiamo ciò che abbiamo guadagnato, ma siamo poco consapevoli di quello che abbiamo perso. “Non esiste più la condivisione – commenta l’autore – prima ci si fermava a chiacchierare sui marciapiedi, tutti si salutavano e si conoscevano, soprattutto. Oggi dominano traffico e televisione, le porte sono sbarrate, i cellulari sono l’unica compagnia possibile durante viaggi in treno. Mi fa male vedere questo mutamento a Terrasini, specialmente per i giovani, che hanno perso il contatto con queste realtà. Dovremmo essere il terreno fertile su cui la storia di Peppino può seminare ancora qualcosa”.

La mafia esiste ancora oggi: abbiamo davvero imparato a conviverci?

IMG_9317In un’Italia che da tempo sa bene come masticare la corruzione e l’illegalità, sembra che niente possa stupire più l’essere umano. “Dare per scontato che la mafia ci sia e che abbia grande potere sulle masse – spiega Di Vita – è molto pericoloso. Le generazioni di oggi non sanno più distinguere ciò che è giusto da ciò che invece non lo è. Che cosa possiamo fare? Il nostro è un terreno fragile, dobbiamo nutrirlo, continuare a seminare e far crescere le coscienze. Un po’ come quando disegno, voglio poter immaginare una realtà vestita di una profondità diversa.

Peppino cominciò a dire, alzando la voce, quello che tutti sapevano, ma che nessuno diceva. Per via di quelle mani sulla bocca, sugli orecchi e sugli occhi. Cominciò a dire forte che la mafia c’era, eccome, e che era una “montagna di merda”.

L’appuntamento, il prossimo autunno

Librinfestival augura a tutti una buona estate e dà appuntamento a ottobre 2016, per la festa di premiazione dei mestieri del libro.

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“Sottrazione” di Carlo Sperduti, una tanfastica raccolta di strade letterarie: da quelle più affollate a quelle meno battute

di Rara Piol

IMG_9301Si è tenuto nella serata dello scorso 6 maggio, il dodicesimo incontro di Librinfestival, presso la libreria Ubik di Monterotondo: oggetto della presentazione il libro “Sottrazione” di Carlo Sperduti, una raccolta di racconti edita da Gorilla Sapiens Edizioni. Ha condotto l’evento Alessia Fedeli, giurata, e Silvia Di Tosti, organizzatrice della maratona letteraria insieme a Giusi Radicchio e Selene Gagliardi. Era presente anche Valentina Presti, editrice del libro in concorso.

IMG_9304L’autore

Carlo Sperduti è nato a Roma nel 1984. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da CaratteriMobili, Zero91, Gorilla Sapiens Edizioni. Ha pubblicato, con Intermezzi Editore, “Caterina fu gettata” (2011), “Valentina controvento” (2013), “Ti mettono in una scatola” (2014); con CaratteriMobili “Le cose inutili” (2015); con Gorilla Sapiens Edizioni “Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi” (2013) e, a quattro mani con Davide Predosin, “Lo Sturangoscia” (2015).

sottrazione_cover_defLa raccolta

Come in un labirinto, come tra le pareti di una catacomba, come in una casa affollata di presenze e di vuoti, di cose e discorsi sospesi e di fenomeni inquietanti, in questo libro lo spazio si deforma e restringe, allestisce tranelli, sottrae scalini, nega vie di fuga. Questi 34 racconti, disposti in ordine decrescente di lunghezza, esprimono le infinite possibilità della narrativa breve e brevissima, a dimostrazione empirica del fatto che “scrivere per sottrazione è una moltiplicazione”. Copertina di Andrea Mongia. Prefazione di Fabio Viola.

Scrivere per sottrazione è una moltiplicazione: quando la qualità del racconto non dipende dalla quantità delle sue parole

Nell’ultima opera di Sperduti l’ordine dei racconti segue il criterio della decrescita: dal testo con un maggior numero di battute a quello che ne conta appena 163 (riportate nell’indice dopo ogni titolo ndr). Eppure il risultato, nonostante la parola sottrazione sembri toglierci qualcosa, è sempre supplementare. “È vero che man mano che si scorrono le pagine i racconti si accorciano – spiega l’autore – è anche vero però che, procedendo appunto per sottrazione, si moltiplicano i modi di scrivere e aumenta il numero di storie da inserire nel libro”.

“Non cercate il pero nell’uomo”: l’arte di giocare con i vocaboli e il taglio ironico di uno stile pittoresco

Una delle sue opere, edita dalla Gorilla Sapiens Edizioni nel 2013, si intitola Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi: non è difficile intuire il legame profondo che Sperduti instaura con le parole, tutt’altro che confuso come potrebbe apparire a uno sguardo superficiale. E così, anche in Sottrazione, nel racconto “Unità di misura”, c’è l’intento di rendere formalmente uno spaesamento temporale e sentimentale, mescolando i verbi in un turbinio drammatico e pensieroso.  “Ho da sempre nutrito un forte interesse per la lingua italiana – racconta – e così mi diverto a intrecciare e ribaltarne i suoi termini, come nel caso della mia fiaba dislessica (che recita abilmente a memoria per i presenti in libreria ndr). Non c’è alcuna volontà di lanciare messaggi politici o sociali – conclude – e i sentimenti ci sono, certo, ma filtrati da una dose massiccia di razionalità”.

IMG_9298“La morte: una recensione”. I titoli improbabili e un genere fantastico, che però non è fantasy, e saggistico, su cose che però non esistono

Al termine della presentazione l’autore distribuisce ai partecipanti un menu letterario e li invita a scegliere un racconto che lui stesso leggerà: si susseguono sulla carta una serie di titoli che, già singolarmente, fanno l’opera: “Istruzioni per Lucio”, “Lutto sommato” , “Il gusto sta nel mezzo”. E ancora scrivere della morte come fosse un film o un personaggio. “Mi è stato rimproverato di prendere in giro i lettori – dichiara Sperduti – perché magari cerco di allontanarmi da una struttura commerciale che predilige lo schema ‘inizio-svolgimento-fine’. Io credo invece di coinvolgere attivamente chi mi legge, lo esorto a partecipare. Cerco sempre di pensare a come un testo possa attivare me”. E pare che funzioni, perché la sala ride divertita.

Da Calvino a Davide Predosin, passando per Edgar Allan Poe: ecco le letture che ispirano il giovane autore romano

È difficile, leggendo Sperduti, identificare uno schema narrativo ben preciso, proprio perché l’autore rifugge ogni tipo di struttura imposta dagli standard letterari. E le sue parole, come ben esprime la copertina di Sottrazione realizzata da Andrea Mongia, sono pezzi di uno spazio frammentato che non rispondono alla linearità della logica comune. E che non vogliono assolutamente farlo. Uno stile, il suo, influenzato dalle letture di Calvino, i racconti di Poe, ma anche da autori contemporanei, come Davide Predosin, autore di “Alcuni stupefacenti casi tra cui un gufo rotto” e con il quale pubblica nel 2015 “Lo sturangoscia” (sempre per la Gorilla Sapiens Edizioni ndr). E ancora Gero Mannella, che Sperduti definisce un genio e che intervista sul suo blog, con le opere “Non gettate i cadaveri dal finestrino” o “Il killer di querty”.

“Panni” dall’opera Sottrazione, senza aggiungere altr

Giusto, mi son detto, questo signore ha proprio ragione: bisognerebbe mettersi nei panni di tutte le cose e chiederci cosa faremmo noi al posto loro, come ci sentiremmo. Ci andrebbe bene tutto o solo qualcosa o niente? Invertire i ruoli, insomma, una volta tanto, per capire o per provarci. Poi magari si rimane uguali, con le opinioni di sempre, ma almeno con cognizione di causa. Mettersi nei panni di un aspirapolvere, lei, ci ha mai provato?, mi chiede il signore. No, dico io, e lei? Io sì, faccio parte di un gruppo. Non di aspirapolvere, ma di gente che si mette nei panni. Un mio amico del gruppo si è messo nei panni dei panni. Da allora non si veste più. Io, pur essendo stato un aspirapolvere, non ho cambiato stile di vita. Ognuno ha le sue reazioni. Un altro si è messo nei panni di un lampione e non vuole più star fermo. Dorme saltellando, glielo posso assicurare. Per far parte del gruppo, chiedo al signore, che bisogna fare? Nulla, mi dice, solo mettersi nei panni, noi del gruppo ci si incontra per caso e ci si riconosce. La vede quella ragazza, al tavolo in fondo? Si è messa nei suoi stessi panni e ora è serena. Lo si capisce dalla posizione della testa: non c’è atteggiamento, solo testa e posizione. Lei, mi chiede, nei panni di cosa vorrebbe mettersi? Be’, gli faccio, io le case proprio non so come facciano a tirare avanti. Intendo: qualcuno ci abita dentro, alle case. Mica normale che qualcuno ti abiti dentro. Vorrei provare, una volta, a essere abitato. Lei non si metterebbe nei panni di un inquilino, per facilitarmi le cose? Io farei la casa. Per uno del gruppo questo e altro, mi fa lui. Ed ecco che il signore è dentro di me.

Il prossimo incontro, martedì 24 maggio

Librinfestival ricorda l’ultimo libro in concorso “Non con un lamento” di Giorgio Di Vita, con la presentazione martedì 24 maggio presso la Casa della Pace Angelo Frammartino, in P.zza Angelo Frammartino a Monterotondo, alle ore 19.

“Italian Underground” di Alessio Fabrizi: gli scatti sotterranei dalla penna di un ferrotranviere per caso

di Rara Piol

Si è svolto lo scorso 8 aprile, presso le Cantine Amadio a Monterotondo scalo, dalle ore 18, l’undicesimo incontro della maratona letteraria eretina Librinfestival: protagonista Alessio Fabrizi, autore del libro “Italian Underground”, edito da Meligrana nel 2011. Ha condotto l’incontro Monica Patrizi, operatore sociale nonché giurata del concorso.

IMG_9144L’autore

Alessio Fabrizi, laureato in Comunicazione alla Sapienza, ha provato a fare: il “mercataro” (un’etica di libertà unita però al senso quotidiano della sopravvivenza, della precarietà), ha fatto lavoro d’ufficio (istituzione totalizzante che gli ha procurato un’ulcera e donato l’estetica del nonsenso), poi l’autoferrotranviere. Si interessa di ecologia e di tematiche ambientali e, dopo aver frequentato la Scuola di giornalismo della Fondazione Basso, ha lavorato per EcoRadio, curando due rubriche radiofoniche. Attualmente si occupa di promozione di eventi culturali per l’associazione Ecobaleno e collabora con riviste, siti–web e con E.R.I.C.A., società di comunicazione ambientale. “Italian underground” (2011 – brossura+ebook) è la sua opera d’esordio con la Meligrana.

La trama

cop_italian-undergroundMa cosa ha mai fatto di speciale questo Alessandro Bandini per meritarsi di essere il protagonista di un intero libro? Alessandro Bandini, giovane neolaureato in Scienze della Comunicazione, viene semplicemente assunto come autoferrotranviere dalle Metropolitane di Roma. Accetta il lavoro perché non ha reali alternative e perché, nella nostra realtà contemporanea, un contratto a tempo indeterminato non è ‘socialmente’ rifiutabile. Alessandro Bandini scopre così la solidarietà di categoria, gli altri come “nemico”, la sofferenza, cosa vuol dire lavoro, la follia delle logiche aziendali, il superuomo (e le superdonne) e i leccaculo. Scopre inoltre cosa significa essere al di fuori dei ritmi “normali” della società e la consapevolezza che da te, questi ritmi, dipendono: fare Natale e Capodanno a lavoro, telefonare alle 3:50 di mattina come fosse una cosa normale, bramare la pace e la quiete, la calma. Ma Alessandro, in questo strano posto di lavoro, che diventa un punto di riflessione privilegiato, scopre, o meglio, riscopre un innato istinto di autoconservazione e la capacità di riuscire a fuggire per amore o per quella scintilla di luce che c’è in tutti e, nonostante la follia della nostra quotidianità, continua a brillare. Questo ha fatto Alessandro Bandini di speciale…

Il lavoro in metro è diventato un libro: nell’acquario sotterraneo, nulla è veramente accaduto, ma tutto è assolutamente vero

Una laurea e, come accade sempre più spesso oggi, niente lavoro. Ecco perché quando si presenta l’occasione del tanto agognato “posto fisso”, rinunciarvi non è tra le opzioni da considerare, anche se questo significa fare un mestiere lontano dal proprio percorso di studi. “Ho scritto questo libro perché sentivo l’esigenza di condividere ciò che, grazie al mio ruolo (autoferrotranviere ndr) avevo la possibilità di osservare. Ho cercato di descrivere la realtà di una Roma metropolitana, invisibile ai più, da un punto di vista senza dubbio privilegiato. È un impiego che ti fa sentire forte il senso di categoria, ma anche di appartenenza a un gruppo. Ci sono stati momenti in cui l’ho sentito il mio lavoro e me ne sono vergognato: non per il tipo di mestiere sia chiaro, ma per quanto fossi lontano dalle mie passioni. Mi ha lasciato la consapevolezza dei diritti che abbiamo nel nostro lavoro e che dobbiamo imparare a richiedere”.

IMG_9135Alessandro Bandini è lo specchio di tanti giovani di oggi: poche opportunità e nessuna garanzia di futuro

Autore e protagonista del libro si somigliano molto: entrambi laureati in Scienze della Comunicazione, poi finisco a fare i ferrotranvieri. “Questo personaggio, molto autobiografico certo, è una persona semplice con qualcosa di speciale – spiega Alessio –  Gli si presenta questa grande occasione del posto fisso e non ha alternative, deve accettare il lavoro: scopre così un mondo fatto di turni, ansie e tempi sottratti, si smarrisce e poi si risolleva. Vive il conflitto che tutti conosciamo bene: se da una parte c’è (o forse c’era ndr) la sicurezza del contratto a tempo indeterminato, dall’altra c’è la sofferenza della non scelta, l’allontanamento dalle proprie passioni, per le quali si è studiato per anni. Il personaggio principale, catapultato in metro, resta fermo e vede il mondo muoversi intorno”.

La fotografia di una Roma nascosta: i pensieri del protagonista irrompono nella scena come scatti  

Uno stile asciutto, “soggetto – verbo – complemento”, un’istantanea, si potrebbe affermare. “Ho cercato di essere il più possibile oggettivo, senza troppi fronzoli grammaticali. Naturalmente utilizzo molto il romanaccio, d’altronde era la nostra lingua aziendale; parlare italiano avrebbe significato estraniarsi dal contesto, quasi come un’offesa verso chi lo abitava. Volevo raccontare la Capitale così come ho potuto osservarla io, autentica, ricca di umanità e mai scontata”. C’è una certa dinamicità nella scrittura di Alessio, un senso di profondità che rende le sue frasi corporee e perfino tangibili. Sullo sfondo tanti piccoli personaggi a colorare l’intreccio e l’immancabile storia d’amore: la fidanzata Eleonora, i colleghi, lo scocciatore… “Si respira comunque il presagio di una salvezza possibile, come a voler dire che c’è sempre una via d’uscita. Ecco allora che scrivere diventa un’esigenza, il punto di riferimento in un luogo, la metropolitana, dove tutto è buio”.

IMG_9140Niente è lasciato al caso nell’opera di Fabrizi: dalla copertina, alle citazioni, alle illustrazioni interne

Se lo stile fa pensare a una fotografia, l’influenza cinematografica è altrettanto evidente, non a caso le tre citazione che aprono il libro appartengono alle firme del mondo del cinema italiano e straniero (Nimród Antal, Francesco Rosi e Francis Ford Coppola ndr). Ogni dieci capitoli compare un francobollo, realizzato da Eugenio Fabrizi, grafico e illustratore, nonché artista e street writer: i due fratelli hanno già realizzato una nuova opera letteraria, in cerca di editore: una fiaba illustrata con immagini da colorare. La copertina, che ritrae l’autore seduto nel mezzo di Via Livorno, è stata realizzata dalla fotografa Giulia Natalia Comito. Anche le bandelle, una bianca e una nera, vogliono significare i due lati del protagonista e, in fondo, quelli che albergano in ogni essere umano: uno luminoso, l’altro più oscuro. Così come la quarta di copertina.

Il prossimo incontro, venerdì 6 maggio

Librinfestival si avvicina al termine e vi dà appuntamento venerdì 6 maggio, alle ore 18:30, presso la libreria Ubik, in Via Adige 2, a Monterotondo: oggetto della presentazione l’opera di Carlo Sperduti, “Sottrazione”.

“Ombre pagane”, il giallo di Franco Mieli: le indagini del maggiore Cerci e il maresciallo Coletta nella Roma antica e sotterranea

di Rara Piol

IMG_8550Si è tenuto nel tardo pomeriggio dello scorso venerdì 11 marzo, il decimo incontro di Librinfestival, con la presentazione dell’opera “Ombre pagane” di Franco Mieli (MonteCovello Edizioni), presso Arte in circolo a Monterotondo. Ha condotto la presentazione la giurata Laura Di Tosti insieme a Giusi Radicchio, una delle organizzatrici del concorso letterario, tra le immagini suggestive dei siti archeologici visitati dall’autore.

 

IMG_8553L’autore

Franco Mieli, nato a Roma nel 1961, dal 2009 ha ripreso a scrivere dopo aver abbandonato per lungo tempo questa sua passione giovanile. Ha frequentato i corsi di scrittura creativa dell’ Università Popolare Eretina di Monterotondo e a Farfa nell’ ambito della manifestazione “Liberi sulla Carta”. Coltiva la passione per l’ archeologia, il mare e le escursioni in montagna, di cui ha trasferito le esperienze nei suoi racconti. Questo è il suo secondo romanzo dopo l’esordio con i due racconti noir raccolti nel volume “Lupi nella nebbia” edito da Montecovello.

Copertina-ombre-paganeTrama

Una Roma sconosciuta e sotterranea e una montagna insolita e misteriosa fanno da sfondo alle indagini del maggiore Cerci, aiutato dal maresciallo Coletta. I due investigatori dell’Arma precipitano in un incubo popolato di crudeli divinità e delitti efferati. Nelle notti senza luna, nel nome di una sanguinaria dea dell’antichità, si celebrano tra le rovine dei templi pagani, gli antichi riti di una setta risorta dalle sue ceneri. Siti archeologici fanno da sfondo alle indagini cui partecipano un frate archeologo e una giornalista di cronaca nera. In un crescendo di follia, persino l’amore trova spazio per arrivare a toccare il cuore di Massimo Cerci che nel frattempo rimette insieme i pezzi del suo tragico passato. Il monte Soratte, la montagna sacra e inquietante che si erge solitaria a poche decine di chilometri da quella che fu la capitale del mondo antico, sarà testimone sia dell’epilogo della vicenda umana del maggiore Cerci che della terribile verità sul vero obiettivo della spietata organizzazione. Il romanzo chiude il cerchio con le avventure del tormentato ufficiale dei Carabinieri iniziate con il racconto contenuto nel volume “Lupi nella nebbia-Zanne”.

Il tempio di Diana e il giallo: quando l’archeologia diventa lo scenario di misteriosi omicidi irrisolti

…una sanguinaria Dea venuta dal passato semina una scia di sangue nella Roma del 2012: siamo nel Tempio di Diana, a Nemi, e tra i reperti archeologici di un sito romano ancora da riportare del tutto alla luce, comincia la storia scritta dalla penna di Mieli. “Sono un impiegato con la passione per la scrittura e, una volta cresciuti i figli, ho cominciato a dare sfogo alla mia creatività – spiega l’autore – In vent’anni di pendolarismo ho letto moltissimo e mi sono avvicinato soprattutto al giallo e al thriller, così mescolando questi generi narrativi all’amore per la montagna e l’archeologia, è nato questo romanzo. Avevo già in mente il personaggio, poi i luoghi suggestivi che ho visitato hanno ispirato tutto il racconto. Ho rivestito il Tempio di marmi e l’ho popolato dei miei personaggi”.

Stile e ambientazione: un thriller che fa del dettaglio la sua arma vincente

Ogni capitolo si apre con il giorno, l’ora e la location, niente è lasciato al caso e il lettore, come da una guida turistica, è accompagnato in questo viaggio enigmatico dalle descrizioni fedelissime che l’autore fa dei luoghi, tanto la suscitare in chi lo legge il desiderio di visitarli. “Qualcuno ha visto in questo libro un testo simile a una sceneggiatura – racconta Mieli – certamente il cinema ha influenzato molto il mio stile, uno dei film che più ho apprezzato è I fiumi di porpora diretto da Mathieu Kassovitz e tratto dall’omonimo romanzo di Jean-Christophe Grangé, ne ho tratto alcune scene molto cupe”. Uno stile incalzante, un’epigrafe che nasconde diversi indizi e un sottotitolo in copertina che preannuncia il tema del romanzo, l’antico che rivive nel moderno, sono tutti elementi che rendono l’intreccio narrativo ben funzionante.

IMG_8536Il maggiore Cerci: il protagonista del romanzo e l’alter ego dell’autore

“Quando descrivo i miei personaggi, almeno nell’aspetto esteriore, mi affido al mio quotidiano: può essere l’uomo che mi siede di fronte sul treno, una collega, un vecchio professore del liceo – spiega. Il maggiore Cerci è un amante della natura, un carattere tormentato, con le sue fobie (attacchi di panico ndr) e i problemi con il corpo dei carabinieri. Nonostante sia antipatico gli uomini intorno a lui lo rispettano e le donne lo trovano estremamente affascinante. Diciamo che è quello che avrei voluto essere nei suoi aspetti migliori, e quello che sono nei suoi lati peggiori”.

Un omaggio alla natura e soprattutto a Roma, con la sua storia e le sue ombre

La Capitale non fa solo da sfondo all’opera, ne è protagonista: i siti archeologici, la galleria Alberto Sordi, via del Teatro di Marcello… “Ho lavorato a Roma per una vita e posso dire di esserci cresciuto e di averla amata nel bello e nel cattivo tempo, le sue aree antiche sono meravigliose ma i trasporti pubblici sono l’inferno, lenti e faticosi. In questo libro ho voluto raccontare i luoghi più importanti, quelli storici, ma anche i quartieri più in periferia come il Prenestino, dove sono nato e dove, d’altronde, ha avuto i natali anche il maresciallo Coletta. Ora tornandoci mi rendo conto che è tutto cambiato: ci sono molti più negozi, sono scomparsi quelli che vendevano giocattoli, ricordo con gioia che c’era il carbonaro”.

Il prossimo incontro, venerdì 8 aprile

Giunti quasi al termine, Librinfestival vi dà appuntamento a venerdì 8 aprile, ore 18, presso la Cantina Amadio, in via Col di Lana 18 a Monterotondo Scalo, per la presentazione del libro di Alessio Fabrizi “Italian Underground” (Editore Meligrana).

“Poetesie in concerto” di Franco Piol: quando la poesia, linguaggio universale dell’anima, si veste di musica

di Rara Piol

IMG_8436Un omaggio allo scrittore e filosofo Umberto Eco, a una settimana dalla sua scomparsa, ha aperto il nono incontro di Librinfestival, che si è tenuto nel pomeriggio dello scorso 26 febbraio, presso Sala 14 a Monterotondo. Protagonista la poesia in musica, con la presentazione dell’opera “Poetesie in concerto” di Franco Piol (Edizioni Libreria Croce) arricchita dalle letture di Sacha Piol e l’accompagnamento del sax di Mauro Guidi. Hanno condotto l’incontro il critico letterario Selene Gagliardi e la musicoterapista Romana Perna, giurata, che ha reinterpretato alcuni brani della raccolta dopo un’attenta analisi musicale. È intervenuto l’Assessore alla cultura di Monterotondo Riccardo Varone.

IMG_8444L’autore
Franco Piol è nato a Roma nel 1942. È stato prima insegnante (1962), poi direttore regionale di un Centro di Formazione Professionale (1976) e poi ancora dirigente del Settore Spettacolo del Lazio (1992). Ha dedicato quaranta anni al mondo dell’infanzia in qualità di operatore socio-culturale e di animatore teatrale, fondando con Roberto Galve nel 1971 il “Gruppo del Sole”, con il quale ha pubblicato nel 1973 “Con i bambini nel quartiere” e per il quale, dal 1976, ha diretto la rivista Dal quartiere. È stato attore, autore e regista di teatro-ragazzi e non; scrittore di raccolte poetiche come “Cento poetesie” (1983) e “Le macchie nere del racconto” (1986); inoltre, come appassionato di atletica leggera, ha pubblicato numerosi libri rivolti all’atletica trevigiana di tutti i tempi. Ha partecipato con alcune sue liriche alle antologie edite dalle Edizioni Libreria Croce (Le opere e i giorni nel 2010; Poesie d’amore nel 2011). Attualmente è impegnato nell’elaborazione del progetto editoriale Gente del tempo che verrà, una raccolta di poesie e racconti brevi, e due romanzi ancora in cerca di editore: un romanzo su Roma sparita e una fiaba per ragazzi.
www.mondadoristore.itL’opera
Franco Piol è poeta visivo. Ogni componimento è un ritratto di ambiente: ora essenziale, litografico, volutamente asciutto; ora rarefatto ed evanescente, dai contorni sfumati o solo immaginati. Poetesie in concerto racchiude in sé entrambe le istanze dell’ispirazione poetica dell’autore: quella realistica che ambisce a imprigionare l’umano e il sociale in fotogrammi crudi e pungenti, senza compiacimenti lirici o retorici; quella evocativa, in cui la natura è filtrata dalla sensibilità idealizzante del poeta e la fotografia si trasforma in schizzo, il tratteggio nitido in impressioni, a tratti sfocate, gettate sulla pagina come tributo di amore alla vita che si osserva o come cicatrice di un dolore passato. Anche il linguaggio poetico è vario, adesso assume sonorità “antiche”, fatte di intrecci rimici, di equilibri sillabici e metrici, altre volte piega allo sperimentalismo jazz e cerca l’alterazione, l’asimmetria. E quando il movente compositivo si fa più viscerale, il concerto poetico (o poetesico) di Piol si chiude con un appassionato “canto della terra” che è ritorno alle radici, riscoperta dell’essenza.
Il teatro, l’insegnamento, la narrativa e la pittura: quando una persona scopre di essere un poeta?

Regista teatrale, attore, professore e scrittore di racconti e versi, nonché pittore, (la copertina e i disegni nell’opera sono stati realizzati dall’autore stesso ndr) Piol sembra essere nato con la penna in mano. “Credo che la parola sia un perfezionamento della poesia – spiega – che è già dentro ognuno di noi, penso sia un patrimonio di tutti. Forse la figura del poeta come la intendiamo noi oggi è quella del mestierante, e non essendo mai stato il mio mestiere, posso continuare a intendere questa particolare arte come un’esigenza. Questo non deve sminuirne il lavoro che c’è dietro; anche a teatro durante i laboratori parliamo di improvvisazione: la chiamiamo così ma in realtà è il prodotto di un grande studio dietro. Forse non scoprirai mai di essere poeta, ma puoi sempre scoprire la poesia che hai dentro”.

Il panismo di D’Annunzio e il paesaggio di Zanzotto: la natura nel suo rapporto viscerale con l’uomo e l’amore
IMG_8424Mentre guardavi il cielo o un’altra cosa, annusammo l’odor del grano bagnato di rigiade. Tu disegnavi lune su sterpaglie molli ed aquiloni spariti dietro i colli.(da “L’odore del grano”)
Come in D’Annunzio, nei versi bucolici di Poetesie si avverte una forte percezione del mondo esterno, che lo scrittore romano esalta connettendo l’elemento naturale a quello umano, legati da un’impercettibile “essenza”. Traspare un’evidente polemica ecologica, del tutto attuale, che lo collega ad Andrea Zanzotto, poeta veneto del secondo novecento, che vuole raccontare una natura in cui l’uomo non ha ancora operato, nei paesaggi collinari di Pieve di Soligo, luogo in cui Piol ha trascorso parte della sua infanzia. “Dell’amore meno se ne parla e meglio è, perché si rischia di guastarlo – spiega l’autore – non si discosta dalla poesia, è il respiro grazie al quale viviamo. Non è utopico, tutti ci proviamo. Perciò non credo esistano diversi tipi di questo sentimento: l’amore è per i figli, per il teatro, per l’amante, per l’arte, per la poesia. L’amore è un irradiamento”. In sottofondo il sax di Mauro Guidi musica le note di “My one and only love” del musicista britannico Guy Wood.

Il fanciullino di Pascoli e la briosità di Calvino: la fanciullezza dell’autore percorre tutta la raccolta poetica
Ed ora che il sole è una stella stanca, ora che l’ho visto con gli occhi giusti, cerco nella notte un motivo per lottare ancora, confuso nella macchia bianca del tuo corpo che non so più disegnar com’era allora. (da “Cugina infanzia”)
Cesare Pavese definì Calvino uno “scoiattolo della penna”, a sottolineare sì la sua velocità, ma soprattutto la gioia e la briosità dei suoi scritti: così i versi di Piol, leggeri, vivaci e al contempo profondi e ricchi di pathos, che invitano i lettori a dialogare col fanciullino che è in loro, proprio come il Pascoli dei “Pensieri e discorsi” del 1907. “Credo fortemente che – dichiara il poeta romano – la poesia, una volta scritta, non sia più mia. Appartiene a chi la legge. Quando ciò accade, avviene uno scambio di sensazioni così disparate che ti accorgi che i versi che hai scritto, cancellato e letto infinite volte, appaiono nuovi quando a leggerli sono altri occhi”. È così che allora, scorrendo le pagine dell’opera, si ritorna indietro al periodo della fanciullezza, vivendola ancora una volta con lo sguardo del bambino.

IMG_8402L’amore ha i suoi tempi: dal tono sincopato e poliritmico ai colori musicali della poetesia di Piol

Un quartiere, una città, il mondo intero sopra e sotto, come in un bicchiere l’oceano espanso tutto ha il suo alito di rose e tu non perdi l’occhio, tu scavi profondo dove il silenzio è il respiro dell’amante. (da “L’amante”)

Due stili si mescolano nel componimento “L’amante”, uno asciutto e l’altro più melodico, lasciando intuire una sorta di dualismo: si tratta forse di due donne? “Io direi forse due momenti – risponde l’autore – quello in cui ti lasci andare e vedi il pulsare energico della vita, e quello in cui rifletti, e senti che è il tuo cuore a pulsare. Si alternano dunque attimi più riflessivi e combattuti, a momenti, se così si possono definire, acerbi”. Una musicalità quella dei versi di Piol che si sposa perfettamente con il sound del sax del musicista in sala. “Credo che Franco sia – dichiara Romana Perna, musicoterapista – un jazzista della parola. Il ritmo si evince in ogni espressione, nelle ridondanze, nelle allitterazioni. Come nel componimento Treni di notte, per esempio: l’uomo che viaggia buttato in un vagone e che forse sta ancora viaggiando”.

Il prossimo incontro, venerdì 11 marzo
Librinfestival dà appuntamento a venerdì 11 marzo alle ore 19 presso Arte in circolo, in via Federici 137, a Monterotondo, con il decimo libro in concorso: “Ombre pagane” di Franco Mieli.

“Con le sembianze di un clown” di Alessandro Martorelli: la narrativa sul palcoscenico diventa una pièce teatrale

di Rara Piol

(con la collaborazione di Selene Gagliardi)

12687927_880668645383866_5349208598099125794_nUna performance teatrale ha aperto l’ottavo incontro di Librinfestival lo scorso giovedì 4 febbraio, presso Rockarolla, a Monterotondo: “Con le sembianze di un clown”, di Alessandro Martorelli, è il titolo dell’opera in concorso oggetto della presentazione, condotta da Chiara Calò, proprietaria della libreria eretina Ubik. Erano presenti anche l’editrice Claudia Valletta e il musicista compositore della colonna sonora del libro Alessandro “Pepé” Porrini, entrambi di origini abruzzesi.
 
L’autore
Alessandro Martorelli, classe’76, vive ad Avezzano, in provincia dell’Aquila. Lavora come Responsabile delle Risorse Umane in una società di servizi alle imprese. Appassionato anche di teatro e musica, è attore e autore di testi teatrali, nonché co-fondatore della compagnia “Teatranti Tra Tanti”, con cui calca le scene da più di un decennio. Nel 2008 ha pubblicato il suo primo libro di racconti “Come nascoste da una notte senza luna” e nel 2012 è uscito il suo romanzo “Anche i Pink Floyd possono sbagliare” (Ed. Montag) da cui ne ha tratto un monologo con musica dal vivo che ha ricevuto consensi di critica e pubblico. “Con le sembianze di un Clown” è il suo secondo romanzo, a cui seguirà l’omonima pièce teatrale.
Copertina-fronte_per-sitoLa trama
Alberto si sveglia con un sussulto, chiuso in una stanza, legato ad una sedia. Il suo cervello cerca di ricordare cosa sia successo, chi possa averlo rinchiuso in quella che sembra la dispensa di una cucina. Piccoli indizi e i ricordi della sua vita, atti vigliacchi, tradimenti e menzogne che hanno causato tante sofferenze a vittime incolpevoli, lo spingono a formulare diverse ipotesi. Ma chi è quel clown che lo guarda con aria cattiva? E quella donna che non riesce a mettere a fuoco? E perché qualcuno continua a drogarlo e a fargli perdere contatto con la realtà? Un romanzo con colonna sonora, composta dal maestro Alessandro Pepè Porrini e scaricabile gratuitamente.
Con le sembianze di un attore: Martorelli “va in scena” e delizia i presenti con una pièce teatrale
L’incontro inizia con una performance teatrale dell’autore, legato e rinchiuso in una stanza poco illuminata e senza via d’uscita: d’improvviso comincia a urlare chiedendo che qualcuno lo liberi e si rivolge a un tale Dottor Caligari, lo stesso che l’ha rinchiuso e al quale il protagonista deve aver rubato la formula per una preziosa medicina da lui inventata. Dopo diversi tentativi, riesce a liberarsi da solo e trova sul pavimento della sua “prigione” la fede nuziale dell’ex moglie. Crede dunque che anche lei sia coinvolta nel suo rapimento e inizia a imprecare anche nei suoi riguardi. Infine, nella stanza entra un uomo truccato da clown, impassibile e immobile, che strozza il protagonista fino a farlo svenire. “Citando De Gregori, definirei questo libro un ‘incubo riuscito’ – ha dichiarato Chiara Calò, conduttrice dell’incontro, sottolineando l’audacia dell’editrice Claudia Valletta nell’aver scelto di pubblicarlo – nonostante il suo essere fuori dagli schemi”.
Stephen King e Luigi Pirandello, i modelli di riferimento: l’influenza letteraria dell’autore passa dall’Italia e arriva oltreoceano
Di King non si può non citare il noto romanzo horror “It”, che non a caso ha per protagonista un clown: “Prima di arrivare a King – ha spiegato l’autore – sono passato per Pirandello, del quale ho letto tutto e che ho amato molto, soprattutto per la coralità delle sue opere. Dell’autore statunitense apprezzo soprattutto la capacità di raccontare per 600 pagine la semplice storia di una donna chiusa in una stanza senza uscita. In generale – conclude Martorelli – cerco di rubare qua e là idee e stilemi da altri scrittori, sia italiani che non”.
clown 2La colonna sonora accompagna la lettura: ecco allora un libro “laboratoriale”, un progetto artistico più vasto
“Il romanzo – specifica l’autore – è l’allestimento di un progetto di più ampio respiro: è nata prima la storia, si è sviluppato l’intreccio, poi, solo in un secondo momento, ho chiesto a un amico musicista di realizzare una colonna sonora per lo spettacolo teatrale che avevo in mente di fare in seguito alla pubblicazione del romanzo. Poi ho pensato, perché non dotare il libro stesso di una sua musica? Così Alessandro Pepè Porrini ha realizzato un brano per ogni capitolo del libro (18 in tutto, di cui 15 inediti e 3 cover di Beatles, Radiohead e Coldplay ndr)”. L’intero album è scaricabile gratuitamente da internet. “È stata la prima volta che mi è capitato di trasformare le emozioni di un libro in emozioni acustiche, musicali – ha spiegato il musicista – Per fortuna conosco da trent’anni Alessandro, il che ha reso più facile il lavoro di trascrizione”.
Scrittura narrativa e teatrale si mescolano nell’opera: l’autore spiega qual è la differenza tra le due
“Sono molto differenti – dichiara – poiché le sceneggiature si basano principalmente sui dialoghi, è un tipo di scrittura più veloce. Nel romanzo, invece, ci sono componenti che rallentano il ritmo, come le descrizioni per esempio; ciononostante, ho tentato di velocizzare anche la scrittura narrativa e di limitare al massimo le digressioni, anche perché cerco sempre di mantenere uno stile ben riconoscibile in tutti i miei scritti, siano essi romanzi o pièce teatrali. Credo comunque – conclude – che ci siano storie nate esclusivamente per il palcoscenico e altre che dovrebbero rimanere all’interno di un libro, storie cioè che non è possibile trasporre da un tipo di scrittura a un altro senza snaturarle”.
clown 3Scrivere per raccontare e raccontarsi: quando la letteratura diventa un’esigenza
“Ogni scrittore mette sempre qualcosa di personale nei propri libri – dichiara Martorelli – e anche io dunque non mi sono potuto sottrarre a questo rito: l’opera è piena di citazioni musicali di gruppi e cantanti che amo, rimandi al mio vissuto quotidiano… Certo, confesso che nella mia vita non mi è mai capitato di essere rinchiuso in una stanza senza uscita! Non scrivo per insegnare qualcosa agli altri – continua – e, personalmente, odio chi lo fa. Scrivo perché ho sempre avuto molta fantasia, sin da piccolo, ho sempre avuto tante storie e personaggi in mente, che poi prendono vita nei miei spettacoli e nei miei libri, che diventano ‘amici’ che vivono con me. Scrivere è terapeutico – conclude – soprattutto per sé stessi. La mia è necessità di creare dei mondi paralleli con la fantasia”.
L’opera non nasce sulla scrivania dell’autore ma dalla fucina dell’editore: il consiglio di Claudia Valletta
“C’è tanto lavoro prima della pubblicazione di un libro – dichiara l’editrice Claudia Valletta – In particolare, la selezione dei manoscritti che arrivano: avviene in maniera molto personale e devo seguire il mio istinto. Poi ovviamente diventa un’emozione vedere come dal manoscritto nasca il libro, dopo una fase di editing e di correzione. Ricordate che per la selezione di un manoscritto è importante che la trama sia avvincente, ma è fondamentale anche che lo scritto trasmetta emozioni: è l’unica cosa di cui non si può fare a meno, il resto si può sistemare in redazione”.
Il prossimo incontro, venerdì 26 febbraio, ore 18:30
Librinfestival dà appuntamento a tutti il prossimo venerdì 26 febbraio, ore 18:30, presso Sala 14, in Via Bellini 14 a Monterotondo: verrà presentata l’opera di Franco Piol, “Poetesie in concerto” (Fabio Croce Editore), con la lettura di alcuni brani tratti dalle raccolte.

“Storie di amori, ansie e allucinazioni”: i racconti di Roberto Fioravanti tra realistico e surreale

di Rara Piol

IMG_8216Si è tenuta durante il tardo pomeriggio dello scorso venerdì 22 gennaio, la settima presentazione prevista dal concorso letterario Librinfestival: nella Cantina Amadio a Monterotondo, protagonista dell’incontro è stato Roberto Fioravanti che, con la conduzione della giurata Valentina Ciliberti e le letture di Silvia Di Tosti, ha presentato al pubblico presente la sua opera “Storie di amori, ansie e allucinazioni” (Ater Ego edizioni, 2013).
 
L’autore
Roberto Fioravanti, classe ’77 e origini romane, si è laureato come Educatore Professionale di comunità presso l’Università Roma Tre e svolge questo lavoro presso un centro diurno per disabili. Ha iniziato a scrivere all’età di diciotto anni, dedicandosi prevalentemente alla poesia; negli ultimi anni si è avvicinato alla narrativa, debuttando con l’opera in concorso “Storie di amori, ansie e allucinazioni”. Già autore della raccolta di poesie “La terra di nessuno (Gruppo Albatros Il Filo, 2005).
 
La trama
fioravanti 2Storie di amori, ansie e allucinazioni è un compendio narrativo delle nevrosi e delle fragilità umane, esemplificato in momenti e in “occasioni” di vita che solo in apparenza spiazzano il lettore, ma che nascondono tutta la complessità e le difficoltà dell’uomo moderno. Venti racconti in cui, con originalità e competenza, Roberto Fioravanti sviscera, fino a scomporle, molte delle tematiche che formano il puzzle della nostra società e del nostro vivere quotidiano, fatto di sogni e liste della spesa, di problemi familiari e social network, di intimità e reality show. Il tutto con una prosa capace di passare dalla concretezza del linguaggio gergale all’evanescenza del sogno, con infinite sfumature intermedie. Un quadro post-moderno dunque, un melting pot mai scontato e banale, dove può accadere di tutto, esattamente come nella vita.
 
“Doppio gioco” apre l’opera e si rivolge direttamente al lettore: la chiave è il forte dualismo presente già nelle prime venti pagine
“Hey lettore, sono qui.”: queste le parole di apertura del prologo, che crea sin da subito un legame diretto con chi, entrando in libreria, sfoglia il libro indeciso se acquistarlo oppure no. “Mi sono chiesto – spiega l’autore – chi leggerà i miei racconti lo farà con occhi diversi dai miei? Così, sfidando chi legge a proseguire la lettura, immagino che riscriva le mie parole posandovi sopra i suoi pensieri e le sue interpretazioni”. Ecco allora che Fioravanti mescola prospettive sperimentalistiche in cui lo scrittore (che chiede di essere letto ndr) e il lettore (che acconsente a sfogliare le pagine del libro ndr) ricoprono ruoli che tendono a confondersi, giocando, appunto, su un forte dualismo narrativo.
 
IMG_8211“Il vuoto”: ansie e allucinazioni, quando le paure reali si traducono in incubi surreali
“…Con la consapevolezza di poter gestire gli eventi che riguardavano il mio sonno, decisi di sognare”: così dalla sua stanza il protagonista si ritrova in una strada di campagna, un’Alfa 147 nera gli sbarra la via e lo fa cadere a terra, sanguinante e spaventato. Dall’auto scendono due uomini e una donna, si avvicinano e lo sequestrano. Ripartono a tutta velocità, ignorano le grida della vittima, poi sull’orlo di un precipizio, finalmente il risveglio. “I personaggi sono degli antieroi e ciò che gli accade è sempre un’esperienza formativa, la realtà li cambia e li ridimensiona. Possono perdere l’identità (molti non hanno nome ndr) ed è l’azione che li descrive, in un gioco tra reale e surreale in cui i confini tra l’una e l’altra dimensione sono labili”. Eppure in strada davanti alla finestra del protagonista ormai sveglio, si intravede un’Alfa allontanarsi…
 
“Grande centro”: il talk show dei politici improbabili che ai giorni nostri rischia di rendere il paradosso una triste realtà
“I personaggi sono stereotipati e così anche il linguaggio, molto televisivo – spiega l’autore – e vede questi politici protagonisti su un palcoscenico e in diretta tv, discutere di banalità: il problema dell’inquinamento da ‘piscio’ nelle piscine è il fulcro, lasciando passare in secondo piano argomenti come il calo demografico e l’indipendenza della Città delle Donne”. Un ‘To be continued’ lascia presagire che ne leggeremo ancora.
 
L’amore, che per l’autore non va in vacanza, è descritto sotto tutte le sue forme: la più inconsueta ce la racconta ne “Il sequestro”
Se siete scrittori e avete a che fare con la tecnologia del ventunesimo secolo, c’è un oggetto che amerete e proteggerete quasi fosse un essere umano: il vostro computer. Ciò che capita al protagonista del racconto “Il sequestro” è la sventura di lasciare il suo notebook (che ha anche un nome, Osvaldo ndr) in una pizzeria e di trovarsi vittima di un vero e proprio rapimento, con tanto di telefonate canzonatorie e maligne. “Oggi forse potremmo fare questo discorso con il cellulare – sorride Fioravanti – è chiaro che l’oggetto ha una forte componente umana, se così si può dire. Il proprietario tornerà in possesso del suo pc – conclude – ma con una sorpresa. Questo però lo lasceremo scoprire ai lettori”…
IMG_8212Il sentimento della trascuratezza: “La tribù dei figli dimenticati” chiude l’opera con gran fracasso
Ecco che il ruolo di educatore spicca palesemente nelle ultime pagine del libro, con un racconto che vuole e deve fare rumore: uno scrittore (probabilmente il Fioravanti stesso ndr), che fissa un foglio bianco, senza idee e disturbato dai bambini del piano di sopra, che giocano e dunque fanno baccano. Infastidito, decide di salire le scale e mettere fine al chiasso, quando sulla porta legge un cartello: “Benvenuti nel paese dove chi accetta un suo limite si dipinge montagna”. Nessun genitore, solo ragazzini soli, abbandonati da adulti troppo impegnati. “Una critica al popolo dei grandi che, oggi più che mai, trascurano i loro figli e ne affidano l’educazione alla tecnologia e alla tv” – spiega l’autore. Così prende avvio un vero e proprio processo contro l’inquilino del piano di sotto, con l’accusa di essere, anche lui, un adulto inadempiente.