Rara Piol

Un secolo e mezzo fa c’era Matilde Serao, oggi c’è Selvaggia Lucarelli: grazie italia.

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Un secolo e mezzo fa c’era Matilde Serao, oggi c’è Selvaggia Lucarelli: grazie italia.

di Rara Piol
Presentazione standard1Il 7 marzo del 1856 nasceva Matilde Serao, la prima giornalista donna che fondò e diresse un quotidiano in Italia (Il Mattino, con Edoardo Scarfoglio, che vide il suo primo numero uscire il 16 marzo del 1892). Oggi, sempre in Italia, noi abbiamo Selvaggia Lucarelli.
Da giorni circolano diversi articoli (troppi, direi) sui diverbi televisivi tra Selvaggia Lucarelli e alcuni partecipanti di “Ballando con le stelle”, il talent show di Rai Uno condotto da Milly Carlucci da oltre dieci anni.
Ma chi è Selvaggia Lucarelli? Fino a ieri queste erano le informazioni in mio possesso: un’opinionista che crede di fare satira sparando stronzate su tutto e tutti, infilando ovviamente un termine sofisticato della lingua italiana qua e là, perché si sa ‘fa figo’; una che, a detta di molti, è “solo una stronza antipatica”. È chiaro che si tratta di scarsi elementi per farsi un’idea di chi sia veramente questa persona, insomma uno vuole continuare a sperare che, per essersi fatta un nome, qualcosa sappia pur fare. Non fraintendetemi. Sempre fino a ieri, non avevo alcun interesse a sapere chi fosse.
Così il primo sito che ho consultato è stato Wikipedia e, onestamente, non ho aggiunto dati così rilevanti a quanto già sapevo. Vediamo. Il primo trafiletto recita: “Selvaggia Lucarelli (Civitavecchia, 30 luglio 1974) è un’opinionista, conduttrice televisiva, blogger, conduttrice radiofonica e scrittrice italiana”. Ok, un sacco di cose insomma. Ma andiamo avanti, approfondiamo. Biografia: non pervenuta. Per quanto abbia cercato il suo percorso di studi, niente. Non che questo conti sempre, sia chiaro. Tralascerei l’attività teatrale, ininfluente a mio parere. Arriviamo subito al boom, nel momento in cui il suo nome comincia a circolare. Diventa nota al pubblico nel 2002 per il suo blog “Stanza Selvaggia” (avevo circa quindici anni e un computer in casa, nonostante ciò non avevo la più pallida idea di chi o cosa fosse) e, senza alcun titolo, comincia a scrivere su testate giornalistiche. D’altronde in Italia funziona così, c’è un mucchio di gente che occupa posizioni professionali senza averne le qualifiche.

 

Dalla carta stampata approda alla televisione, con ospitate nei reality show, sempre nel ruolo di opinionista: programmi di alto livello culturale insomma. Nel 2006 partecipa anche a uno di questi, il più becero, “La fattoria”, condotto su Canale5 da un altro ‘male’ della nostra società: la D’Urso. L’Arnoldo Mondadori Editore e la Rizzoli le pubblicano due libri, uno comico, l’altro inserito nella categoria romanzi. Un’altra “fottitura” (passatemi il termine) tutta all’italiana: quando invii il tuo manoscritto alle case editrici, se e qualora esse decidano di rispondere, si prendono dai quattro ai sei mesi di tempo solo per leggerlo. Questo è quello che dicono, poi chissà se lo faranno mai. Altre manco lo sfogliano e ti spediscono un bel pacchettino di offerte per pubblicare la tua opera a caro prezzo, promettendo promozione e pubblicità. È un inganno, diffidate.
Tornando alla brillante ascesa della Lucarelli, dopo la radio e programmi su gossip e luoghi di tendenza, diventa giurata prima di “Notti sul ghiaccio” e poi di “Ballando con le stelle”. Solo che i concorrenti di quest’anno, tra cui Platinette e Asia Argento, proprio non subiscono l’opinionista di Civitavecchia e non lo nascondono, tacciandola di analfabetismo e di non avere le credenziali per poter, appunto, giudicare.
Ora, cercando questo genio della penna su Google, dopo la pagina di Wikipedia c’è il suo blog. Io ho provato a leggere per intero uno dei suoi post, giuro. Ci ho provato sul serio. Sono tra il noioso e lo spocchioso, l’insulso e l’arrogante. Uno però l’ho terminato, quello sulle presentazioni dei libri e gli otto personaggi che si incontrano solitamente a questi eventi. Beh, l’incipit vince: “Se fate parte di quel due per cento di italiani che non ha ancora scritto un libro, sappiate che vi state privando di un’esperienza indimenticabile”. Esatto, proprio a sottolineare che oggi in Italia tutti scrivono un libro, ma proprio tutti. Compresa te, mia cara Selvaggia. E dovresti ringraziare il santo che ti permette di poterli descrivere quegli otto tipi di persone che, ancora non mi spiego come, erano presenti agli incontri con te.
Fra cinque minuti tornerò a disinteressarmi della Lucarelli e ad associare a questo cognome personaggi e amici che reputo brillanti persone. Ah, dimenticavo. Selvaggia Lucarelli scrive per Il Fatto. Sì. Perché che scriva su Libero onestamente non mi sorprende e manco mi dispiace. Ma sul Fatto. Cazzo, sul Fatto no. C’è sempre meno spazio per le Matilde Serao, e sempre troppo invece per le Selvaggia Lucarelli, Barbara D’Urso & co. Grazie italia.

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“Poetesie in concerto” di Franco Piol: quando la poesia, linguaggio universale dell’anima, si veste di musica

di Rara Piol

IMG_8436Un omaggio allo scrittore e filosofo Umberto Eco, a una settimana dalla sua scomparsa, ha aperto il nono incontro di Librinfestival, che si è tenuto nel pomeriggio dello scorso 26 febbraio, presso Sala 14 a Monterotondo. Protagonista la poesia in musica, con la presentazione dell’opera “Poetesie in concerto” di Franco Piol (Edizioni Libreria Croce) arricchita dalle letture di Sacha Piol e l’accompagnamento del sax di Mauro Guidi. Hanno condotto l’incontro il critico letterario Selene Gagliardi e la musicoterapista Romana Perna, giurata, che ha reinterpretato alcuni brani della raccolta dopo un’attenta analisi musicale. È intervenuto l’Assessore alla cultura di Monterotondo Riccardo Varone.

IMG_8444L’autore
Franco Piol è nato a Roma nel 1942. È stato prima insegnante (1962), poi direttore regionale di un Centro di Formazione Professionale (1976) e poi ancora dirigente del Settore Spettacolo del Lazio (1992). Ha dedicato quaranta anni al mondo dell’infanzia in qualità di operatore socio-culturale e di animatore teatrale, fondando con Roberto Galve nel 1971 il “Gruppo del Sole”, con il quale ha pubblicato nel 1973 “Con i bambini nel quartiere” e per il quale, dal 1976, ha diretto la rivista Dal quartiere. È stato attore, autore e regista di teatro-ragazzi e non; scrittore di raccolte poetiche come “Cento poetesie” (1983) e “Le macchie nere del racconto” (1986); inoltre, come appassionato di atletica leggera, ha pubblicato numerosi libri rivolti all’atletica trevigiana di tutti i tempi. Ha partecipato con alcune sue liriche alle antologie edite dalle Edizioni Libreria Croce (Le opere e i giorni nel 2010; Poesie d’amore nel 2011). Attualmente è impegnato nell’elaborazione del progetto editoriale Gente del tempo che verrà, una raccolta di poesie e racconti brevi, e due romanzi ancora in cerca di editore: un romanzo su Roma sparita e una fiaba per ragazzi.
www.mondadoristore.itL’opera
Franco Piol è poeta visivo. Ogni componimento è un ritratto di ambiente: ora essenziale, litografico, volutamente asciutto; ora rarefatto ed evanescente, dai contorni sfumati o solo immaginati. Poetesie in concerto racchiude in sé entrambe le istanze dell’ispirazione poetica dell’autore: quella realistica che ambisce a imprigionare l’umano e il sociale in fotogrammi crudi e pungenti, senza compiacimenti lirici o retorici; quella evocativa, in cui la natura è filtrata dalla sensibilità idealizzante del poeta e la fotografia si trasforma in schizzo, il tratteggio nitido in impressioni, a tratti sfocate, gettate sulla pagina come tributo di amore alla vita che si osserva o come cicatrice di un dolore passato. Anche il linguaggio poetico è vario, adesso assume sonorità “antiche”, fatte di intrecci rimici, di equilibri sillabici e metrici, altre volte piega allo sperimentalismo jazz e cerca l’alterazione, l’asimmetria. E quando il movente compositivo si fa più viscerale, il concerto poetico (o poetesico) di Piol si chiude con un appassionato “canto della terra” che è ritorno alle radici, riscoperta dell’essenza.
Il teatro, l’insegnamento, la narrativa e la pittura: quando una persona scopre di essere un poeta?

Regista teatrale, attore, professore e scrittore di racconti e versi, nonché pittore, (la copertina e i disegni nell’opera sono stati realizzati dall’autore stesso ndr) Piol sembra essere nato con la penna in mano. “Credo che la parola sia un perfezionamento della poesia – spiega – che è già dentro ognuno di noi, penso sia un patrimonio di tutti. Forse la figura del poeta come la intendiamo noi oggi è quella del mestierante, e non essendo mai stato il mio mestiere, posso continuare a intendere questa particolare arte come un’esigenza. Questo non deve sminuirne il lavoro che c’è dietro; anche a teatro durante i laboratori parliamo di improvvisazione: la chiamiamo così ma in realtà è il prodotto di un grande studio dietro. Forse non scoprirai mai di essere poeta, ma puoi sempre scoprire la poesia che hai dentro”.

Il panismo di D’Annunzio e il paesaggio di Zanzotto: la natura nel suo rapporto viscerale con l’uomo e l’amore
IMG_8424Mentre guardavi il cielo o un’altra cosa, annusammo l’odor del grano bagnato di rigiade. Tu disegnavi lune su sterpaglie molli ed aquiloni spariti dietro i colli.(da “L’odore del grano”)
Come in D’Annunzio, nei versi bucolici di Poetesie si avverte una forte percezione del mondo esterno, che lo scrittore romano esalta connettendo l’elemento naturale a quello umano, legati da un’impercettibile “essenza”. Traspare un’evidente polemica ecologica, del tutto attuale, che lo collega ad Andrea Zanzotto, poeta veneto del secondo novecento, che vuole raccontare una natura in cui l’uomo non ha ancora operato, nei paesaggi collinari di Pieve di Soligo, luogo in cui Piol ha trascorso parte della sua infanzia. “Dell’amore meno se ne parla e meglio è, perché si rischia di guastarlo – spiega l’autore – non si discosta dalla poesia, è il respiro grazie al quale viviamo. Non è utopico, tutti ci proviamo. Perciò non credo esistano diversi tipi di questo sentimento: l’amore è per i figli, per il teatro, per l’amante, per l’arte, per la poesia. L’amore è un irradiamento”. In sottofondo il sax di Mauro Guidi musica le note di “My one and only love” del musicista britannico Guy Wood.

Il fanciullino di Pascoli e la briosità di Calvino: la fanciullezza dell’autore percorre tutta la raccolta poetica
Ed ora che il sole è una stella stanca, ora che l’ho visto con gli occhi giusti, cerco nella notte un motivo per lottare ancora, confuso nella macchia bianca del tuo corpo che non so più disegnar com’era allora. (da “Cugina infanzia”)
Cesare Pavese definì Calvino uno “scoiattolo della penna”, a sottolineare sì la sua velocità, ma soprattutto la gioia e la briosità dei suoi scritti: così i versi di Piol, leggeri, vivaci e al contempo profondi e ricchi di pathos, che invitano i lettori a dialogare col fanciullino che è in loro, proprio come il Pascoli dei “Pensieri e discorsi” del 1907. “Credo fortemente che – dichiara il poeta romano – la poesia, una volta scritta, non sia più mia. Appartiene a chi la legge. Quando ciò accade, avviene uno scambio di sensazioni così disparate che ti accorgi che i versi che hai scritto, cancellato e letto infinite volte, appaiono nuovi quando a leggerli sono altri occhi”. È così che allora, scorrendo le pagine dell’opera, si ritorna indietro al periodo della fanciullezza, vivendola ancora una volta con lo sguardo del bambino.

IMG_8402L’amore ha i suoi tempi: dal tono sincopato e poliritmico ai colori musicali della poetesia di Piol

Un quartiere, una città, il mondo intero sopra e sotto, come in un bicchiere l’oceano espanso tutto ha il suo alito di rose e tu non perdi l’occhio, tu scavi profondo dove il silenzio è il respiro dell’amante. (da “L’amante”)

Due stili si mescolano nel componimento “L’amante”, uno asciutto e l’altro più melodico, lasciando intuire una sorta di dualismo: si tratta forse di due donne? “Io direi forse due momenti – risponde l’autore – quello in cui ti lasci andare e vedi il pulsare energico della vita, e quello in cui rifletti, e senti che è il tuo cuore a pulsare. Si alternano dunque attimi più riflessivi e combattuti, a momenti, se così si possono definire, acerbi”. Una musicalità quella dei versi di Piol che si sposa perfettamente con il sound del sax del musicista in sala. “Credo che Franco sia – dichiara Romana Perna, musicoterapista – un jazzista della parola. Il ritmo si evince in ogni espressione, nelle ridondanze, nelle allitterazioni. Come nel componimento Treni di notte, per esempio: l’uomo che viaggia buttato in un vagone e che forse sta ancora viaggiando”.

Il prossimo incontro, venerdì 11 marzo
Librinfestival dà appuntamento a venerdì 11 marzo alle ore 19 presso Arte in circolo, in via Federici 137, a Monterotondo, con il decimo libro in concorso: “Ombre pagane” di Franco Mieli.

“Con le sembianze di un clown” di Alessandro Martorelli: la narrativa sul palcoscenico diventa una pièce teatrale

di Rara Piol

(con la collaborazione di Selene Gagliardi)

12687927_880668645383866_5349208598099125794_nUna performance teatrale ha aperto l’ottavo incontro di Librinfestival lo scorso giovedì 4 febbraio, presso Rockarolla, a Monterotondo: “Con le sembianze di un clown”, di Alessandro Martorelli, è il titolo dell’opera in concorso oggetto della presentazione, condotta da Chiara Calò, proprietaria della libreria eretina Ubik. Erano presenti anche l’editrice Claudia Valletta e il musicista compositore della colonna sonora del libro Alessandro “Pepé” Porrini, entrambi di origini abruzzesi.
 
L’autore
Alessandro Martorelli, classe’76, vive ad Avezzano, in provincia dell’Aquila. Lavora come Responsabile delle Risorse Umane in una società di servizi alle imprese. Appassionato anche di teatro e musica, è attore e autore di testi teatrali, nonché co-fondatore della compagnia “Teatranti Tra Tanti”, con cui calca le scene da più di un decennio. Nel 2008 ha pubblicato il suo primo libro di racconti “Come nascoste da una notte senza luna” e nel 2012 è uscito il suo romanzo “Anche i Pink Floyd possono sbagliare” (Ed. Montag) da cui ne ha tratto un monologo con musica dal vivo che ha ricevuto consensi di critica e pubblico. “Con le sembianze di un Clown” è il suo secondo romanzo, a cui seguirà l’omonima pièce teatrale.
Copertina-fronte_per-sitoLa trama
Alberto si sveglia con un sussulto, chiuso in una stanza, legato ad una sedia. Il suo cervello cerca di ricordare cosa sia successo, chi possa averlo rinchiuso in quella che sembra la dispensa di una cucina. Piccoli indizi e i ricordi della sua vita, atti vigliacchi, tradimenti e menzogne che hanno causato tante sofferenze a vittime incolpevoli, lo spingono a formulare diverse ipotesi. Ma chi è quel clown che lo guarda con aria cattiva? E quella donna che non riesce a mettere a fuoco? E perché qualcuno continua a drogarlo e a fargli perdere contatto con la realtà? Un romanzo con colonna sonora, composta dal maestro Alessandro Pepè Porrini e scaricabile gratuitamente.
Con le sembianze di un attore: Martorelli “va in scena” e delizia i presenti con una pièce teatrale
L’incontro inizia con una performance teatrale dell’autore, legato e rinchiuso in una stanza poco illuminata e senza via d’uscita: d’improvviso comincia a urlare chiedendo che qualcuno lo liberi e si rivolge a un tale Dottor Caligari, lo stesso che l’ha rinchiuso e al quale il protagonista deve aver rubato la formula per una preziosa medicina da lui inventata. Dopo diversi tentativi, riesce a liberarsi da solo e trova sul pavimento della sua “prigione” la fede nuziale dell’ex moglie. Crede dunque che anche lei sia coinvolta nel suo rapimento e inizia a imprecare anche nei suoi riguardi. Infine, nella stanza entra un uomo truccato da clown, impassibile e immobile, che strozza il protagonista fino a farlo svenire. “Citando De Gregori, definirei questo libro un ‘incubo riuscito’ – ha dichiarato Chiara Calò, conduttrice dell’incontro, sottolineando l’audacia dell’editrice Claudia Valletta nell’aver scelto di pubblicarlo – nonostante il suo essere fuori dagli schemi”.
Stephen King e Luigi Pirandello, i modelli di riferimento: l’influenza letteraria dell’autore passa dall’Italia e arriva oltreoceano
Di King non si può non citare il noto romanzo horror “It”, che non a caso ha per protagonista un clown: “Prima di arrivare a King – ha spiegato l’autore – sono passato per Pirandello, del quale ho letto tutto e che ho amato molto, soprattutto per la coralità delle sue opere. Dell’autore statunitense apprezzo soprattutto la capacità di raccontare per 600 pagine la semplice storia di una donna chiusa in una stanza senza uscita. In generale – conclude Martorelli – cerco di rubare qua e là idee e stilemi da altri scrittori, sia italiani che non”.
clown 2La colonna sonora accompagna la lettura: ecco allora un libro “laboratoriale”, un progetto artistico più vasto
“Il romanzo – specifica l’autore – è l’allestimento di un progetto di più ampio respiro: è nata prima la storia, si è sviluppato l’intreccio, poi, solo in un secondo momento, ho chiesto a un amico musicista di realizzare una colonna sonora per lo spettacolo teatrale che avevo in mente di fare in seguito alla pubblicazione del romanzo. Poi ho pensato, perché non dotare il libro stesso di una sua musica? Così Alessandro Pepè Porrini ha realizzato un brano per ogni capitolo del libro (18 in tutto, di cui 15 inediti e 3 cover di Beatles, Radiohead e Coldplay ndr)”. L’intero album è scaricabile gratuitamente da internet. “È stata la prima volta che mi è capitato di trasformare le emozioni di un libro in emozioni acustiche, musicali – ha spiegato il musicista – Per fortuna conosco da trent’anni Alessandro, il che ha reso più facile il lavoro di trascrizione”.
Scrittura narrativa e teatrale si mescolano nell’opera: l’autore spiega qual è la differenza tra le due
“Sono molto differenti – dichiara – poiché le sceneggiature si basano principalmente sui dialoghi, è un tipo di scrittura più veloce. Nel romanzo, invece, ci sono componenti che rallentano il ritmo, come le descrizioni per esempio; ciononostante, ho tentato di velocizzare anche la scrittura narrativa e di limitare al massimo le digressioni, anche perché cerco sempre di mantenere uno stile ben riconoscibile in tutti i miei scritti, siano essi romanzi o pièce teatrali. Credo comunque – conclude – che ci siano storie nate esclusivamente per il palcoscenico e altre che dovrebbero rimanere all’interno di un libro, storie cioè che non è possibile trasporre da un tipo di scrittura a un altro senza snaturarle”.
clown 3Scrivere per raccontare e raccontarsi: quando la letteratura diventa un’esigenza
“Ogni scrittore mette sempre qualcosa di personale nei propri libri – dichiara Martorelli – e anche io dunque non mi sono potuto sottrarre a questo rito: l’opera è piena di citazioni musicali di gruppi e cantanti che amo, rimandi al mio vissuto quotidiano… Certo, confesso che nella mia vita non mi è mai capitato di essere rinchiuso in una stanza senza uscita! Non scrivo per insegnare qualcosa agli altri – continua – e, personalmente, odio chi lo fa. Scrivo perché ho sempre avuto molta fantasia, sin da piccolo, ho sempre avuto tante storie e personaggi in mente, che poi prendono vita nei miei spettacoli e nei miei libri, che diventano ‘amici’ che vivono con me. Scrivere è terapeutico – conclude – soprattutto per sé stessi. La mia è necessità di creare dei mondi paralleli con la fantasia”.
L’opera non nasce sulla scrivania dell’autore ma dalla fucina dell’editore: il consiglio di Claudia Valletta
“C’è tanto lavoro prima della pubblicazione di un libro – dichiara l’editrice Claudia Valletta – In particolare, la selezione dei manoscritti che arrivano: avviene in maniera molto personale e devo seguire il mio istinto. Poi ovviamente diventa un’emozione vedere come dal manoscritto nasca il libro, dopo una fase di editing e di correzione. Ricordate che per la selezione di un manoscritto è importante che la trama sia avvincente, ma è fondamentale anche che lo scritto trasmetta emozioni: è l’unica cosa di cui non si può fare a meno, il resto si può sistemare in redazione”.
Il prossimo incontro, venerdì 26 febbraio, ore 18:30
Librinfestival dà appuntamento a tutti il prossimo venerdì 26 febbraio, ore 18:30, presso Sala 14, in Via Bellini 14 a Monterotondo: verrà presentata l’opera di Franco Piol, “Poetesie in concerto” (Fabio Croce Editore), con la lettura di alcuni brani tratti dalle raccolte.

“Storie di amori, ansie e allucinazioni”: i racconti di Roberto Fioravanti tra realistico e surreale

di Rara Piol

IMG_8216Si è tenuta durante il tardo pomeriggio dello scorso venerdì 22 gennaio, la settima presentazione prevista dal concorso letterario Librinfestival: nella Cantina Amadio a Monterotondo, protagonista dell’incontro è stato Roberto Fioravanti che, con la conduzione della giurata Valentina Ciliberti e le letture di Silvia Di Tosti, ha presentato al pubblico presente la sua opera “Storie di amori, ansie e allucinazioni” (Ater Ego edizioni, 2013).
 
L’autore
Roberto Fioravanti, classe ’77 e origini romane, si è laureato come Educatore Professionale di comunità presso l’Università Roma Tre e svolge questo lavoro presso un centro diurno per disabili. Ha iniziato a scrivere all’età di diciotto anni, dedicandosi prevalentemente alla poesia; negli ultimi anni si è avvicinato alla narrativa, debuttando con l’opera in concorso “Storie di amori, ansie e allucinazioni”. Già autore della raccolta di poesie “La terra di nessuno (Gruppo Albatros Il Filo, 2005).
 
La trama
fioravanti 2Storie di amori, ansie e allucinazioni è un compendio narrativo delle nevrosi e delle fragilità umane, esemplificato in momenti e in “occasioni” di vita che solo in apparenza spiazzano il lettore, ma che nascondono tutta la complessità e le difficoltà dell’uomo moderno. Venti racconti in cui, con originalità e competenza, Roberto Fioravanti sviscera, fino a scomporle, molte delle tematiche che formano il puzzle della nostra società e del nostro vivere quotidiano, fatto di sogni e liste della spesa, di problemi familiari e social network, di intimità e reality show. Il tutto con una prosa capace di passare dalla concretezza del linguaggio gergale all’evanescenza del sogno, con infinite sfumature intermedie. Un quadro post-moderno dunque, un melting pot mai scontato e banale, dove può accadere di tutto, esattamente come nella vita.
 
“Doppio gioco” apre l’opera e si rivolge direttamente al lettore: la chiave è il forte dualismo presente già nelle prime venti pagine
“Hey lettore, sono qui.”: queste le parole di apertura del prologo, che crea sin da subito un legame diretto con chi, entrando in libreria, sfoglia il libro indeciso se acquistarlo oppure no. “Mi sono chiesto – spiega l’autore – chi leggerà i miei racconti lo farà con occhi diversi dai miei? Così, sfidando chi legge a proseguire la lettura, immagino che riscriva le mie parole posandovi sopra i suoi pensieri e le sue interpretazioni”. Ecco allora che Fioravanti mescola prospettive sperimentalistiche in cui lo scrittore (che chiede di essere letto ndr) e il lettore (che acconsente a sfogliare le pagine del libro ndr) ricoprono ruoli che tendono a confondersi, giocando, appunto, su un forte dualismo narrativo.
 
IMG_8211“Il vuoto”: ansie e allucinazioni, quando le paure reali si traducono in incubi surreali
“…Con la consapevolezza di poter gestire gli eventi che riguardavano il mio sonno, decisi di sognare”: così dalla sua stanza il protagonista si ritrova in una strada di campagna, un’Alfa 147 nera gli sbarra la via e lo fa cadere a terra, sanguinante e spaventato. Dall’auto scendono due uomini e una donna, si avvicinano e lo sequestrano. Ripartono a tutta velocità, ignorano le grida della vittima, poi sull’orlo di un precipizio, finalmente il risveglio. “I personaggi sono degli antieroi e ciò che gli accade è sempre un’esperienza formativa, la realtà li cambia e li ridimensiona. Possono perdere l’identità (molti non hanno nome ndr) ed è l’azione che li descrive, in un gioco tra reale e surreale in cui i confini tra l’una e l’altra dimensione sono labili”. Eppure in strada davanti alla finestra del protagonista ormai sveglio, si intravede un’Alfa allontanarsi…
 
“Grande centro”: il talk show dei politici improbabili che ai giorni nostri rischia di rendere il paradosso una triste realtà
“I personaggi sono stereotipati e così anche il linguaggio, molto televisivo – spiega l’autore – e vede questi politici protagonisti su un palcoscenico e in diretta tv, discutere di banalità: il problema dell’inquinamento da ‘piscio’ nelle piscine è il fulcro, lasciando passare in secondo piano argomenti come il calo demografico e l’indipendenza della Città delle Donne”. Un ‘To be continued’ lascia presagire che ne leggeremo ancora.
 
L’amore, che per l’autore non va in vacanza, è descritto sotto tutte le sue forme: la più inconsueta ce la racconta ne “Il sequestro”
Se siete scrittori e avete a che fare con la tecnologia del ventunesimo secolo, c’è un oggetto che amerete e proteggerete quasi fosse un essere umano: il vostro computer. Ciò che capita al protagonista del racconto “Il sequestro” è la sventura di lasciare il suo notebook (che ha anche un nome, Osvaldo ndr) in una pizzeria e di trovarsi vittima di un vero e proprio rapimento, con tanto di telefonate canzonatorie e maligne. “Oggi forse potremmo fare questo discorso con il cellulare – sorride Fioravanti – è chiaro che l’oggetto ha una forte componente umana, se così si può dire. Il proprietario tornerà in possesso del suo pc – conclude – ma con una sorpresa. Questo però lo lasceremo scoprire ai lettori”…
IMG_8212Il sentimento della trascuratezza: “La tribù dei figli dimenticati” chiude l’opera con gran fracasso
Ecco che il ruolo di educatore spicca palesemente nelle ultime pagine del libro, con un racconto che vuole e deve fare rumore: uno scrittore (probabilmente il Fioravanti stesso ndr), che fissa un foglio bianco, senza idee e disturbato dai bambini del piano di sopra, che giocano e dunque fanno baccano. Infastidito, decide di salire le scale e mettere fine al chiasso, quando sulla porta legge un cartello: “Benvenuti nel paese dove chi accetta un suo limite si dipinge montagna”. Nessun genitore, solo ragazzini soli, abbandonati da adulti troppo impegnati. “Una critica al popolo dei grandi che, oggi più che mai, trascurano i loro figli e ne affidano l’educazione alla tecnologia e alla tv” – spiega l’autore. Così prende avvio un vero e proprio processo contro l’inquilino del piano di sotto, con l’accusa di essere, anche lui, un adulto inadempiente.

“Cronache metropolitane” di Cristiana Bullita: come il caso può stravolgere la vita di una prof amareggiata

di Rara Piol

bullita 1Librinfestival ha dato il benvenuto al 2016 con la presentazione del libro “Cronache metropolitane” di Cristiana Bullita (Watson Edizioni), presso la libreria Mondadori di Monterotondo, nella serata di venerdì 8 gennaio: il sesto incontro della maratona letteraria in corso è stato condotto da Selene Gagliardi e intervallato dalle letture dell’attrice Anna Boccolini.
 
L’autrice
Cristiana Bullita è nata a Roma nel 1963 e insegna Storia e Filosofia presso il Liceo “G. Peano” di Monterotondo. Da qualche anno ha deciso di assecondare un’antica vocazione per la scrittura, pubblicando tre opere: il primo romanzo “Il sapore della prugna selvatica” è stato edito nel maggio 2011, mentre il secondo, “Il latte versato”, nel luglio 2012 e presentato al Salone internazionale del libro di Torino, entrambi pubblicati dalla casa editrice DEd’A. Il terzo romanzo, “Cronache metropolitane”, è stato pubblicato dalla casa editrice Watson Edizioni nel giugno 2015.
 
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La trama
Maria, un’insegnante di liceo di mezza età, è una donna chiusa nei suoi rituali quotidiani come in una tana, avvelenata da una solitudine di vecchia data e dai principi del capitalismo scolastico: valutazione e competizione. Ma, a dispetto di tutto, è molto ironica, soprattutto quando sfoga la sua frustrazione sul suo diario segreto. Si intreccia con la vita di Maria la storia drammatica di una famiglia di immigrati moldavi.
L’opera racconta di come il caso, declinato in una delle sue infinite possibilità, arrivi a travolgere un’esistenza comune, e di come a volte l’imprevisto più avverso possa condurre ad esiti decisamente sorprendenti.
 
 
Una protagonista delusa e scorbutica, introversa e affetta da ansia sociale: chi è Maria e quanto l’elemento autobiografico invade l’opera?
“Molto più di quanto io sia disposta ad ammettere e il racconto rende tangibile l’esperienza. Maria è una donna sulla cinquantina che insegna latino, spigolosa e molto acuta, in costante disaccordo con i colleghi, con una visione della scuola alquanto tradizionale: credo fortemente che oggi ci sia una pedagogia ‘modaiola’ che tende a scardinare la struttura della didattica di un tempo in favore di metodi appunto ‘alla moda’. Io, nonostante abbia un rapporto speciale con i miei allievi, ai quali tra l’altro è dedicato il libro, sono per lezioni tradizionali, alla vecchia maniera”.
 
Un’analisi socio-politica della società in cui viviamo: dal capitalismo alle vecchie ideologie, Maria riversa la sua visione critica del mondo nel suo diario segreto.
“Il disturbo sociopatico della protagonista la porta a rivolgersi a una terapista che le suggerisce di sfogare la sua frustrazione scrivendo una sorta di diario. L’opera ha dunque una duplice natura: la prima, quella narrativa, in cui assistiamo a quanto accade nella vita dell’insegnante di lettere, la seconda, se vogliamo più ironica, ferma la narrazione e concede alla protagonista un momento di analisi critica. Ecco, qui si colloca il diario, che riporta riflessioni a tutto tondo, dalla crisi economica al capitalismo, dalla relazione tra Nilde Iotti e Palmiro Togliatti al disappunto verso quel vecchietto che in auto si ostina a occupare la carreggiata senza far passare gli altri automobilisti”.
 
In uno di questi sfoghi si parla di “addestramento alla bastardaggine”, una dura critica al sistema scolastico basato sulla competizione.
“Sì, c’è un giudizio molto negativo nei confronti di questa società malata di competizione, che tutto consuma e che mette gli essere umani gli uni contro gli altri, avallando il motto ‘Mors tua, vita mea’: dal compito in classe in cui è proibito aiutare il compagno in difficoltà all’omissione di opportunità che potrebbero giovare il singolo, dunque meglio tenerle per sé. Credo fortemente che siamo molto più alienati dell’uomo che descriveva Marcuse (filosofo, sociologo e politologo tedesco ndr)”.
 
Silvia Di Tosti, Cristiana Bullita, Giusy Radicchio e Selene Gagliardi

Silvia Di Tosti, Cristiana Bullita, Giusy Radicchio e Selene Gagliardi

Nell’opera vengono toccati temi delicati e importanti, quali la violenza sulle donne e l’immigrazione: la storia della moldava Vira e della sua famiglia.
“Vira è una donna moldava che ha perso suo marito e che ha dovuto lasciare il suo paese per motivi economici. Arriva in Italia e deve condividere l’appartamento con un’altra famiglia, ma soprattutto lavorare come badante subendo ripetuti abusi da parte del datore di lavoro. Ma non è assolutamente un personaggio negativo, a lei è dedicato uno dei capitoli più intensi del romanzo, quello in cui parlo anche del meraviglioso ricordo dei delfini nel Mar Nero”.

 
Colleghi ostili, un datore di lavoro molesto e un ex compagno spiacevole: l’universo maschile ha un ruolo più che negativo in questo libro.
bullita 3“Sì, gli uomini sono satelliti ingrigiti vicino allo splendore titanico delle donne, consentitemelo. Diciamo che, oltre al marito di Vira, buon padre di famiglia, che però non ha grande spazio perché muore, c’è solo un uomo nel romanzo che li riscatta tutti: si tratta di Antonio, il compagno di liceo di Maria, con cui ha un bellissimo rapporto e del quale è da sempre innamorata”.
 
L’imprevisto salvifico è la sola speranza di Maria e di tutti gli esseri umani.
“La protagonista si chiede spesso il perché di ciò che accade e, francamente, me lo ripeto spesso anche io. Siamo soliti pensare agli imprevisti come a situazioni negative, mentre all’interno dell’intreccio l’inaspettato porta a esiti sorprendenti, diventa l’unica possibilità di salvezza. L’imprevisto che può salvare le generazioni future potrebbe essere il ritorno alla lettura, meglio ancora se del cartaceo. Questo è l’augurio che faccio a tutti i giovani”.
 

“10 giorni e mezzo” di Caterina Rinaldi: il percorso di un omino verso la consapevolezza di se stesso e del mondo

di Rara Piol

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Librinfestival ha chiuso l’anno con la quinta presentazione in concorso, quella di “10 giorni e mezzo” (Edizioni dell’Anthurium) di Caterina Rinaldi, lo scorso 18 dicembre presso “Arte in Circolo” a Monterotondo, dalle ore 19. L’Assessore ai Servizi sociali Antonella Pancaldi ha condotto l’incontro, intervallato dalle letture di Gloria Rosati, attrice e formatrice, nonché padrona di casa insieme a Chiara Surricchio, arte-terapeuta e guida turistica.

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L’autrice
Caterina Rinaldi, classe ’98, vive a Mentana e frequenta il Liceo Linguistico Gaio Catullo di Monterondo. Nel tempo libero si dedica alle sue passioni, quali il teatro, la mountain bike e la scrittura. Il romanzo “10 giorni e mezzo”, edito lo scorso gennaio, è il suo secondo lavoro letterario, nel quale sperimenta un nuovo stile, quello della favola per adulti, verosimile e realistica. La sua prima opera, “La spada di Adelaide” (Paolo Emilio Persiani editore, 2012), si rifaceva al genere fantasy: l’avventura di Snorry, protagonista del libro, sull’isola di Albatros, tra draghi, misteri e una magica spada. Crede che sceglierà la facoltà di architettura perché “se posso scrivere per i lettori una nuova realtà – dichiara – potrei anche costruirla”.

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La trama
“Un viaggio attraverso il quale un uomo scoprirà di essere tale, una consapevolezza maturata in cent’anni di vita che si dilungano in ben dieci giorni e mezzo” recita la bandella del libro. È la storia di una fabbrica che genera cose, ma anche omini, gli stessi che poi vi lavorano dentro. È la storia di uno di loro che un giorno cade nel mondo attraverso uno specchio, e per tutta la durata del romanzo, che il titolo ci ricorda, prende consapevolezza di sé, fisica e mentale. Ma l’omino, come tutti gli esseri che popolano il mondo, non è perfetto…

Scrivere per agire: così Caterina ha iniziato la sua carriera letteraria
Giovanissima, eppure già autrice di due romanzi, la Rinaldi racconta cosa l’abbia spinta a scrivere: “La curiosità – risponde – diciamo che invece di disegnare all’angolo dei libri, io scrivevo una parola, e poi un’altra e così via. Inoltre ho sempre letto molto grazie a mia madre che ha riempito la casa di libri. Questo secondo lavoro è stato un percorso di crescita, soprattutto dal punto di vista stilistico, credo che più scrivi più impari. È stato un po’ come lo studio di un personaggio a teatro: quando lo preparo devo conoscere tutto di lui, come respira, cammina, cosa mangia, pensa. Così per il romanzo: prima capisco cosa voglio scrivere, ne prendo coscienza, poi mi incastro con le parole. Scrivo per agire, come fosse una sceneggiatura teatrale”.  

I capitoli come dieci piccoli atti: quando il teatro influenza lo stile letterario
Scritto durante l’esperienza teatrale, il libro di Caterina potrebbe essere suddiviso in scene di una rappresentazione: cambia la forma del testo a seconda dei personaggi e il ritmo viene modulato come musica attraverso gli strumenti che l’autrice ha a disposizione: le parole. “Mi piace moltissimo giocare con i suoni che le lettere producono – spiega – e il teatro in questo mi ha molto condizionata. Per esempio l’altro giorno stavo scrivendo una poesia e mi sono incastrata con la parola ‘gorgoglio’, la ripetevo, la ripetevo… in tutta la sua ridondanza. E con il libro lo stesso, mi sono trovata più volte a utilizzare termini fonici, riempiendo periodi di ‘esse’ o ‘zeta’, rallentando il ritmo o enfatizzandolo. In alcuni casi è stato casuale, in altri decisamente voluto”.

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L’omino nasce, cade nel mondo e si scopre: la narrazione di un percorso metafisico
Sembra la storia di tutti gli esseri viventi e forse in parte lo è: il protagonista, 12.33, viene fabbricato, ha un legame con la madre, cresce e si evolve, conoscendo se stesso fisicamente ma anche emotivamente. Non solo scopre il suo corpo dunque, ma anche la sua mente, emettendo parole e comprendendone il significato, pur non avendole mai udite. Sperimenta l’abbandono, soffre, gioisce. Ha un difetto di fabbrica che lo rende speciale: “Il suo naso è rotto – spiega l’autrice – è crepato. E continua a crescere fino a che l’omino non riesce a vedere oltre. Poi però accade qualcosa che non posso svelare… Il romanzo descrive un percorso e, tutta questa esperienza, è stata altrettanto per me. Anzi, ancora lo è. Sono solo all’inizio del mio percorso”.

Giorno 10, scelte diverse dallo scopo iniziale: conta più la meta o il viaggio?
Scorrendo le pagine del romanzo, il protagonista cresce e prende decisioni lontane da quello che era il suo obiettivo al principio e soprattutto differenti da quelle prese dai suoi colleghi lavoranti. “A un certo punto – racconta Caterina – l’omino non sa più se raggiungerà la meta e si domanda se il suo reale scopo in realtà non fosse proprio il viaggio. Credo che la risposta si trovi in entrambi, nel viaggio e nella meta. Come vale nella vita reale in fondo”.  

Il prossimo incontro, venerdì 8 gennaio 2016, ore 18:30 Librinfestival, augurando a tutti buone feste, riprenderà le presentazioni dei libri in concorso con l’anno nuovo: l’8 gennaio alle 18:30 presso la libreria Mondadori a Monterotondo, con il romanzo “Cronache metropolitane” di Cristiana Bullita (Watson Edizioni).

Pubblicato su http://www.tiburno.tv

“La scuola possibile” di Paola Prandi: il teatro dei ragazzi entra nei licei e diventa paradigma educativo

di Rara Piol

IMG_8071Si è svolto durante il pomeriggio dello scorso 4 dicembre il quarto incontro di Librinfestival, con la presentazione de “La scuola possibile” (Robin edizioni) della Professoressa Paola Prandi, presso l’Associazione Culturale Sala 14 a Monterotondo. Presenti all’incontro, mediato dal membro della giuria Barbara Chiappa, l’autrice e un suo allievo, Luca.
 
L’autrice
Nata a Reggio Emilia, si è trasferita a Roma nel 1986. Laureata in Lettere, ha dedicato alla scuola 40 anni di attività confrontandosi con realtà culturali diverse nelle scuole serali, nelle scuole medie inferiori, al BUS – TCS di Reggio Emilia e nei licei, tra cui l’Istituto G. Peano, liceo scientifico di Monterotondo. Ha affiancato all’insegnamento incarichi dirigenziali nella scuola, con attività progettuali di innovazione didattica e culturale. Ha incontrato giovani di generazioni diverse e li ha guidati nella crescita umana e culturale in un dialogo che continua vivace anche oggi, dopo che ha lasciato la scuola. E’ Presidente dell’Associazione Culturale “Laboratorio di creatività Daniel Zagni” ed esercita attività di volontariato nel commercio equo e solidale.
Il libro
scuola-possibileUn saggio che racconta un’esperienza di vita, di grande valore educativo per i ragazzi e i docenti: una testimonianza collettiva, un suggerimento di metodo, un ricordo vivo e fortissimo. La storia di un laboratorio teatrale in un liceo, la collaborazione degli studenti e il loro entusiasmo. Il figlio (Daniel Zagni ndr) di un regista famoso (Giancarlo Zagni ndr) che ripercorre la strada del padre, finché non viene colpito e vinto in giovane età da un male incurabile. Un collage di sensazioni e ricordi che si susseguono tra le righe dell’opera dalla Professoressa di adozione eretina, e che ricostruiscono un percorso lungo e intenso all’interno della scuola, quella scuola “possibile”.
L’insegnamento come scelta di vita consapevole
Cosa vuol dire essere un’insegnante per la Professoressa Prandi? “Una scommessa, spesso rischiosa – risponde – e soprattutto una grande responsabilità. Ho scelto questo lavoro consapevolmente, cosciente del fatto che è un ‘mestiere’ che non si abbandona mai: oggi sono in pensione, eppure insegno italiano a studenti stranieri. Insegnare è una passione – prosegue – un lavoro delicato a contatto con giovani menti che stanno crescendo, che si stanno formando. È importante – conclude – rispettare la loro individualità, la loro diversità, e permettergli di esprimere tutto ciò che hanno dentro”.
Giusy Radicchio, Paola Prandi, Barbara Chiappa e Luca.

Giusy Radicchio, Paola Prandi, Barbara Chiappa e Luca.

Dagli istituti del Nord alla periferia romana: cosa è stata Monterotondo?
“Avevo conosciuto una realtà differente e quando sono arrivata qui riponevo in questo cambiamento molta speranza: i ragazzi erano curiosi e disponibili, consapevoli dello svantaggio che vivere lontano dal centro città gli imponeva. Ho sperimentato con loro una voglia di emergere e conoscere che non avevo visto in altri studenti fino ad allora. Ricordo che facemmo l’abbonamento al Teatro Argentina, organizzandoci con due pullman nel pomeriggio; ma anche il Cineforum e le rassegne con il Cinema Mancini di Monterotondo, due allievi parteciparono addirittura nella giuria del Leoncino D’oro a Venezia. Monterotondo è stata una grande e continua sorpresa”.

L’incontro con Giancarlo Zagni e suo figlio Daniel: l’inizio di un progetto culturale nella scuola di Monterotondo
“Era novembre. Mi trovavo a Mentana, in Piazza S. Nicola – racconta la Prandi – e assistevo alla messa in scena teatrale elaborata da una coppia di registi: il primo, Giancarlo Zagni, il maestro; il secondo, suo figlio Daniel, che lo affiancava con grande professionalità nonostante fosse giovanissimo. Gli ho chiesto una collaborazione all’interno del liceo Peano e Giancarlo, mostrando da subito la sua estrema umanità, ha immediatamente accettato. Così il teatro è entrato nella scuola, diventando un paradigma educativo. Un progetto culturale portato avanti per ben dodici anni”. “Era un modello alternativo ad altri modi di aggregazione – interviene Luca, un ex allievo della Professoressa – un momento di semina che abbiamo raccolto solo dopo: un approccio nuovo, fuori orario, per niente pesante, anzi divertente”.

Giusy Radicchio, Paola Prandi e Barbara Chiappa

Giusy Radicchio, Paola Prandi e Barbara Chiappa

Un collage di testimonianze degli studenti eretini, tra le righe di una scuola possibile
“…Mi viene da pensare che forse non è un caso se circa dieci anni dopo l’esperienza del laboratorio di teatro al liceo, mi sono trovata a studiare lettere all’Università, mentre frequentavo la scuola del Piccolo Teatro di Milano…”.
“Ancora oggi ci penso e sono sempre più convinta che quella era la Scuola. È lì che ho imparato a lavorare in équipe, a mediare, a collaborare. Attraverso quell’esperienza cambiava il modo di vivere la scuola e l’insegnamento: il nostro andamento scolastico migliorava, studiavamo con più voglia, i professori collaboravano tra di loro e spesso facevano lezione insieme…”.
“…Il teatro, a prima vista disordine totale, caos e confusione, rappresenta invece un ordine nuovo a cui avvicinarsi; se non altro per un cambio di prospettiva… Il teatro ha rappresentato per me un ordine nuovo, ma ancor più una zona temporanea di autonomia e di autogestione: un modo di conoscere il mondo e se stessi…”.

Un’esperienza interrotta da un brusco cambio di poltrona: nuova dirigenza, fine dei laboratori teatrali
“Con l’arrivo di questo nuovo dirigente – racconta la Prandi – che diceva di voler ristrutturare la scuola ma che, ahimè, ne destrutturava l’integrità, portare avanti il teatro fu praticamente impossibile. La prima mossa fu quella di mettere in competizione il nostro laboratorio con quello di drammaturgia francese: pochi soldi nel bilancio per queste due attività. Poi la ‘scomparsa’ degli scenari preparati dagli allievi e l’ostilità dei ‘piani alti’ nel trovare una location per lo spettacolo. Alla fine con grande fatica mettiamo in scena Goldoni al teatro S. Genesio e alla prima assiste anche Giorgio Albertazzi. Sapevamo che sarebbe stato l’ultimo anno. Così Giancarlo Zagni mando un messaggio di disapprovazione al dirigente scolastico, che pensò bene di votare una mozione per allontanare dalla scuola il nostro maestro. E ci riuscì. Quella fu la morte del teatro al liceo di Monterotondo. Una grande sconfitta in cui i primi a perdere furono proprio i ragazzi”.
Ieri il teatro, oggi i test Invalsi: qual è la differenza?
“Non è evidente? La scuola che ho vissuto io era uno spazio aperto, da vivere. Abbiamo faticato tantissimo per lasciare le strutture disponibili il pomeriggio. C’era l’idea di un’educazione umana e non fatta di numeri e test da superare, era importante investire sulle persone e non nelle cose. Durante le nostre attività curriculari, sceglievamo un tema e la didattica si sviluppava su quell’argomento specifico. Nel 2001 abbiamo elaborato il progetto “Il muro” poi messo in scena, con la collaborazione del Centro di Cultura Ebraica di Roma, organizzando anche un cineforum sulla Shoah. Avevamo in mente una scuola molto diversa da quella odierna”.
L’attività culturale a Monterotondo non si ferma e si chiama “Daniel Zagni Lab”
L’associazione, di cui è presidente la Professoressa Paola Prandi, è un centro permanente di vita associativa a carattere volontario e democratico, la cui attività è espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo. Essa è apolitica, aconfessionale e non ha scopo di lucro e opera per fini formativi, educativi, ricreativi, culturali e solidaristici per il soddisfacimento di interessi collettivi. Si prefigge quale scopo istituzionale di dotare il territorio di Monterotondo e luoghi circostanti di uno spazio multiculturale, internazionale che realizzi laboratori teatrali, musicali, di fotografia e cinematografia, danza e tanto altro ancora.
Il prossimo incontro, venerdì 18 dicembre, ore 19
Librinfestival vi aspetta per l’ultimo incontro dell’anno (ma non della maratona letteraria ndr) il prossimo venerdì 18 dicembre alle ore 19, per la presentazione del quinto libro in concorso “10 giorni e mezzo” (Edizioni dell’Anthurium) di Caterina Rinaldi. Appuntamento presso Arte in Circolo, in via Federici 137, a Monterondo.
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